#Berlinale70 – The Eddy (ep. 1 e 2), di Damien Chazelle

Per i primi due episodi di questa miniserie Netflix attesa per maggio, e in larga parte figlia del produttore e autore delle musiche Glen Ballard (leggendario producer americano tra Alanis Morissette e Michael Jackson…), Chazelle sembra quasi lambire la struttura di uno dei capolavori di Guido Crepax, L’uomo di Harlem: lì la vicenda del protagonista era inframmezzata nei suoi momenti più concitati da istantanee in b/n in cui il fumettista ritraeva istanti dal leggendario Live at Massey Hall di Gillespie/Parker/Mingus/Powell/Roach infilati tra le vignette a ritmare lo scorrere delle pagine. Qui le prove e le esibizioni della house band del jazz club di Parigi The Eddy, ensemble capitanato dalla cantante Maya (la Joanna Kulig di Cold War), fanno da collante al montaggio alternato tra le sequenze musicali e le vicissitudini di Elliot (lo strepitoso André Holland di High Flying Bird), sempre di corsa tra le notti nelle banlieue e le problematiche affettive e familiari da gestire di giorno, quasi come un novello Mathieu Amalric in Tournée.

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Talentuosissimo musicista newyorkese, Elliot si trasferisce ad aprire il The Eddy all’ombra della Tour Eiffel con il compare Farid dopo un lutto improvviso che gli fa prendere la decisione di appendere lo strumento al chiodo, se non in jam alla Sélébéyone con giovanissimi musicisti dai marciapiedi multikulti della metropoli, che tengono insieme nu jazz, ritmi hip hop e sonorità mediorientali. A Parigi arriva la figlia adolescente Julie (il ruolo del lancio definitivo per la Amandla Stenberg scoperta da The hate U give), che non ha alcuna intenzione di starsene buona al suo posto ma trascinerà la vita sospesa del padre a un risveglio forzato (accade letteralmente all’inizio del secondo episodio) e ad un sostanziale recupero delle facoltà vitali. Elliot se la deve vedere anche con i guai con la malavita parigina in cui si è cacciato il socio Farid per far quadrare i conti del locale: il fatto che Farid abbia il volto e l’abituale baldanza di Tahar Rahim è un segnale chiaro dei riferimenti del cinema più stradaiolo e da banlieue che la serie intende incrociare, e infatti l’intero secondo episodio è dedicato alla discesa agli inferi di Julie tra spacciatori, gang, scooter e casermoni di periferia in cui infiamma ancora la guerra pseudo-religiosa di quartiere. Il tutto mentre il montaggio ci ricorda gli assoli e gli encores della band di là, nel club.

C’è da immaginarsi che gli episodi successivi, affidati alla Houda Benyamina di Divines (a chiudere sarà invece un pezzo grosso della peak tv come Alan Poul), si spingeranno ancora più lontano dal mood musicale in questo intreccio narrativo e stilistico, a firma di Jack Thorne, tra strozzini vendicativi e giovani amori di quartiere. Per adesso ci teniamo il pilot diretto da un Damien Chazelle che non fa altro che cercare pretesti per stare addosso alle sequenze in cui si suona, fa cantare i suoi personaggi sostanzialmente in qualunque istante anche al di fuori dal club, gira intorno alla band e ai protagonisti incessantemente in pianosequenza, mentre rinnova il grande lavoro con il sonoro fuoricampo tipico del suo cinema tra Whiplash e First Man (l’incipit su Sim, forse il personaggio più interessante della serie, il giovane Adil Dehbi, che tiene il tempo nel camerino prima di portare il ghiaccio sul palco), e ci ricorda una nuova volta la poetica della disciplina e della dedizione marziale alla scienza perfetta della musica (e non solo) che rappresenta il fulcro dell’ossessione di tutti i suoi protagonisti.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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