#Berlinale70 – Todos os mortos, di Caetano Gotardo e Marco Dutra

È dal nero dei chicchi di caffè che tutto ha inizio. La domestica Josefina li fa tostare, li macina, prepara la colazione. E poi canta, nella lingua dei suoi antenati. In quei chicchi, in tutti questi gesti, in quel volto e quelle mani, è racchiusa una storia antica di oppressione e di resistenza. Le cose parlano, si caricano di segni e di energie impensabili. Oltre l’ortodossia della religione, il mondo vibra di forze e formule magiche che le dischiudono.

I Soares sono fazendeiros che hanno costruito la loro fortuna sulle piantagioni di caffè e il lavoro degli schiavi. Abolita la schiavitù, nel 1888, hanno visto a poco a poco andare in rovina il loro patrimonio. Ora 11 anni dopo, non rimangono che le briciole e i ricordi. Oltre che, forse, i fantasmi del rimorso, quelli di todos os mortos che Ana “la pazza” vede comparire ogni notte. Trabalhar cansa, lavorare stanca. E le donne della famiglia cercano di tirare avanti come possono, aggrappandosi ai sacchi di caffè che ancora si accumulano per la casa, alle vecchie usanze dell’etichetta, ai tasti di avorio ed ebano di un pianoforte, alla fede. Ma intorno a loro la città si trasforma, il mondo cambia, mentre gli schiavi di una volta cercano di trovare la loro difficile strada. O forse l’eterna battaglia di una nazione che trascina ancora il suo passato nelle ingiustizie e dittature del presente. Come ogni altra…

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Del resto, questi personaggi di fine Ottocento si muovono in una San Paolo tutta moderna. E lo scopriamo solo a un certo punto, come regalo di Natale. Si affaccia lo scheletro di un palazzo in cemento armato ed è come se, d’improvviso, fossimo davanti a un meteorite martoniano, a un noi credevamo che raccoglie e dispiega su un solo piano tutti i tempi della Storia. Poi appare un cassonetto dell’immondizia, poi le macchine, i grattacieli, lo skyline di una delle metropoli più grandi e incontrollate della Terra. E finalmente, dopo il carico di tensioni e di segni, si libera l’invenzione di Cotardo e Dutra che provano a dar forma al mistero di ciò che si muove sotto, tra le tare del potere, nei punti oscuri della storia, nella memoria dei culti ancestrali, nell’intuizione delle mille possibilità del divino. La macchina da presa può diventare un fantasma che si muove verso di noi, un occhio puntato nel buio. E i fantasmi possono parlare, come sapremo alla fine. Ma questo cinema dello spirito e degli spiriti non diventa mai indugio visionario né esotismo da esportazione. Anzi, rimane sempre sul piano della materia, delle cose concrete. Ripercorre la mappa delle trasformazioni urbanistiche disegnate dai miraggi del progresso e dell’inclusione, e sta sulla ferita aperta dei rapporti e dei conflitti. Che vanno ben oltre le magnifiche sorti immaginate dal delirio di dona Isabel, oltre i nuovi mezzi di comunicazione, oltre i nuovi modi di alleviare i dolori del corpo. Perché l’anima è lacerata da secoli di soprusi e di sacrosanto furore. E se il vecchio mondo finito, l’anonima uniformità del cemento seppellisce ancora i suoi morti. Ed è incredibile vedere come questo cinema da camera, tutto al femminile, così apparentemente educato e raffinato, sveli a poco a poco il suo sguardo brutale e alieno, per arrivare al cuore delle questioni politiche che attraversano il mondo.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)