BFF43 – Diciannove. Sentieri Selvaggi intervista Giovanni Tortorici
Abbiamo incontrato il regista di Diciannove, che ci ha parlato del rapporto con l’autobiografismo e della genesi del suo esordio; prodotto da Luca Guadagnino. L’intervista esclusiva a Bellaria
Diciannove è un esordio elettrico e sorprendente, a tratti iperattivo; ma sempre e comunque in perfetto equilibrio. Il palermitano Giovanni Tortorici, dopo l’esperienza da assistente alla regia in We Are Who We Are (Guadagnino è anche produttore di Diciannove) qui ha dimostrato di saper maneggiare la materia cinematografica piegandola verso le pulsioni più intimamente autobiografiche; per volgere lo sguardo verso un racconto denso e stracolmo di vita. La storia di Leonardo (Manfredi Marino) infatti si lega strettamente al vissuto personale di Tortorici, al suo vagabondare di città in città alla scoperta di se stesso e di un mondo ostile, quasi mai pacifico. Molti però, noi compresi, hanno visto in Diciannove anche un ritratto fedele delle nuove generazione, del loro modo di esprimersi, di interfacciarsi all’altro. Ne abbiamo parlato col regista palermitano, che ci ha raccontato del suo film. Dopo il primo passaggio a Venezia 81, ecco la nostra intervista esclusiva, dalla 43esima edizione del Bellaria Film Festival.
Questo è il tuo esordio, ed è difficile non pensare alla forma autobiografica che porti in scena. Da cosa nasce questa esigenza?
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Sono sempre stato interessato all’autobiografismo, e ci sono tanti libri e tante opere che partono dall’esperienza autobiografica. Inoltre quando si tratta di scrivere qualcosa di mio mi rendo conto che parlando del mio vissuto, di me stesso un po’ preferisco il risultato rispetto a tutto il resto. Poi penso anche a uno dei miei scrittori preferiti, ovvero Leopardi; che è sempre autobiografico. E penso spesso a questa sua massima, che spiega come anche “lo scrittore più mediocre, parlando di se stesso si eleva e diventa un buon scrittore”. Ed è una cosa che ho notato anche io, pensando alle cose che scrivo riguardo le cose che ho vissuto e sentito.
Come hai lavorato alla costruzione del personaggio di Leonardo? Come è stato lo scambio tra voi due?
Manfredi l’ho trovato facendo street casting con Chiara Polizzi, una casting director molto importante. Ad un certo punto ci è capitato questo ragazzo, che frequentava il quinto anno di liceo. Abbiamo capito da sin da subito che fosse la persona giusta. Abbiamo fatto molte prove, provato molte scene; lui si è lasciato completamente andare al processo. Anche sul set è andato tutto liscio, senza particolari problemi.
Parlando invece dell’aspetto linguistico che Leonardo adopera c’è una sorta di doppio registro: lui ama leggere i classici e gli autori del passato ma con i suoi coetanei usa inglesismi e neologismi. È un tema a cui ha prestato particolare attenzione?
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Si, ci ho pensato. Devo dire che l’ispirazione principale è stata quella di voler riprodurre la realtà, quindi questo fattore di mescolanza di vari registri, anche in merito al personaggio. Lui che ha questa intensa passione per le letture classiche, ma che in modo quasi represso una intensa pulsione verso il contemporaneo. Questa contraddizione mi è servita per descrivere l’interiorità del personaggio, il suo carattere.
Questa suo carattere così irrequieto viene fuori anche pensando al fatto che si muove molto. Parte da Palermo e arriva a Londra, poi a Siena e infine a Milano.
La risposta sta sempre nel fatto che mi sono ispirato alla realtà. Partendo dalla mia esperienza e da tutto quello che mi è capitato è nata questa sorta di insofferenza verso le istituzioni, in questo caso quelle accademiche. Ecco quindi lo spostarsi di posto in posto, dettato da questa insofferenza. La verità è che il personaggio, ovvero l’io del passato voleva solo essere libero da queste istituzioni. Non penso mi sarebbe andato bene niente, comunque …
Molti hanno visto in Diciannove la fotografia di una generazione nuova. Ti senti un po’ fautore di questo ritratto generazionale?
Io quando ho scritto il film non pensavo di un discorso generazionale, pensavo piuttosto di fare un racconto personale e individuale. Poi ho riscontrato il fatto che molti hanno vissuto quelle esperienze molto simili, e qualcuno mi ha detto che ci fosse effettivamente un racconto generazionale, e ovviamente a me fa piacere. Però ecco a livello intenzionale c’era solo la volontà di riprodurre un’esperienza soggettiva.
Dal punto di vista formale del linguaggio cinematografico invece c’è molta libertà.
Si, ho sempre provato ad emulare il linguaggio di un cinema che io amo molto. Quindi è venuto in modo molto spontaneo sul set riprodurre quel tipo di cinema lì, di cui sono appassionato da molto tempo. Un cinema che riflette molto sul linguaggio, sull’espressività. Mi è piaciuto molto sperimentare, provare linguaggi diversi.Sono molti gli autori che mi hanno formato: penso a Sam Pekinpah, Brian De Palma, il cinema di Hong Hong, Wes Craven … Sono veramente tanti, la lista è potenzialmente infinita!
Come è stato l’approccio di Luca Guadagnino, presente come produttore del tuo film?
È stata un’esperienza che mi ha fatto sentire privilegiato, perché Luca è un produttore fantastico. Ed essendo lui un regista in primo luogo capisce perfettamente le esigenze creative che può avere un regista, quindi è stato un rapporto fantastico, gli sono molto grato, mi ha tutelato e supportato in tutti i modi e in ogni scelta creativa. È un non plus ultra in questo.























