BFM36 – The Strange Sound of Happiness, di Diego Pascal Panarello e Le semeur, di Marine Francen

L’unico film italiano in concorso al Bergamo Film Meeting 2018, appena conclusosi con ottimi riscontri e una considerevole partecipazione di pubblico, è stato il lavoro del giovane regista siciliano Diego Pascal Panarello, al suo esordio al lungometraggio con il “surreale” The Strange Sound of Happiness che, subito dopo il BFM36, sarà in concorso al CPH: DOX 2018 di Copenhagen e, successivamente, nelle sale italiane a partire da aprile, distribuito da Apapaja.


Nel suo film, Diego mette la sua storia reale, quella di un ragazzone del Sud come tanti, disilluso e annoiato da una vita senza troppi stimoli, passivo rispetto a ciò che lo circonda, poco realizzato nel lavoro quanto nei rapporti umani. Eppure Diego diventa un giorno, per caso, il “portavoce” di un magico pezzo di ferro che finirà per cambiargli la vita, consentendogli letteralmente l’accesso a una ignota dimensione da sogno, la quale infine lo condurrà alla piena realizzazione di sé.

Panarello utilizza il suono del “marranzano” – o scacciapensieri – come forza motrice del suo viaggio e del suo film, che al limite finiranno per coincidere; le vibrazioni sonore dello strumento aprono uno spazio mentale ed emozionale, con tratti esplicitamente onirici, nel quale Panarello finirà per perdersi e per fare navigare il suo stesso film, traghettato dalle acque blu della sua ancestrale Sicilia fino agli scenari immobili della lontana Yakutia, in Siberia, ove lo scacciapensieri verrà ricondotto alla sua nobile origine, svelando simultaneamente una terra sconosciuta ma di incredibile poesia. Sarà, allora, un film stregato dal suono, attraversato da momenti di reale e di pura astrattezza – con inserti realizzati in animazione a “passo uno” – , arricchito da profezie e sogni che si incastrano inscindibilmente alla veglia, ove l’obiettivo ultimo sembrerebbe la ricerca della felicità al tocco dell’ammaliante khomus, il contatto con un altro mondo – anche a costo di uscire da questo universo – , o al limite l’incontro estremo tra la vita e la morte.

Utilizzando una struttura narrativa tra il fantastico e il documentario – con l’accurata fotografia di Matteo Cocco e un notevole montaggio sonoro – , il film di Panarello spicca per originalità e coraggio poco usuali, portando sullo schermo la storia di uno strumento musicale all’apparenza di scarso interesse ma facendone un racconto di vita, la sua e quella stessa di un Paese sepolto sotto le proprie antiche profezie. Ricordandoci, in fondo, che un pezzo di ferro può diventare in taluni casi esemplare di sogni e amori incommensurabili, di storie da raccontare, finanche quando solo immaginate nello spazio di un frammento musicale o al ritmo del martellante frinire delle cicale tra i boschi.

 

L’ultimo lungometraggio proiettato per la sezione “Mostra Concorso” è stata l’opera-prima della regista francese Marine Francen, già nota per la sua collaborazione con cineasti del calibro di Michael Haneke e Olivier Assayas. Un’esperienza consolidata che Francen mette completamente al servizio di questo suo film di/sul desiderio femminile nella sua più estrema concretezza, delineando un ritratto incredibilmente potente e poetico di un lontano Ottocento francese, socialmente e politicamente allo sbaraglio, abbandonato agli eventi, in preda alle necessità corporali, lontano eppure uguale a molti altri tempi sconvolti dalla storia. La regista dimostra, però, accortezza nella decisione di non lasciare troppo spazio al contesto storico di riferimento – siamo nel 1852, periodo della repressione susseguita alla rivolta repubblicana contro Luigi Napoleone Bonaparte – , così come di lasciarsi andare liberamente tra le immagini, usando le sue suggestioni soltanto, dunque non rimanendo troppo fedele al breve poema L’Homme semence di Violette Ailhaud, testo risalente a quasi cento anni fa al quale l’opera è ispirata.

Ciò che interessa a Francen non è nient’altro che il desiderio e gli istinti più primitivi, fin dai primissimi frammenti nei quali lo spettatore viene catapultato nella corsa selvaggia dei cavalli che si recano al villaggio, ove saranno prelevati tutti gli uomini rimasti, lasciando le donne in preda al loro isolamento. Il panorama naturale delle Basse Alpi francesi, anch’esso impervio, roccioso, sospeso in un tempo proprio, è l’altro aspetto predominante, che Francen dipinge come fosse quasi arte pittorica allo stato puro: serie di quadri alla Jean-François Millet, con giochi di riflessi solari sul giallo paglierino del grano, inframmezzati dai colori pastello delle vesti delle donne lavoratrici; e poi anche chiaroscuri ottenuti mediante la luce delle candele accese negli ambienti interni.
Il lavoro della macchina da presa (a spalla) è quello di un’analisi empatica del corpo e dei sensi delle donne-Madonne del villaggio, una respirazione corpo a corpo e da vicinissimo, per entrare realmente in sintonia con quella sospensione del tempo e quelle necessità che condurranno il sesso femminile a prendere il sopravvento sulla dignità, e sull’amore stesso. Un uomo, dunque, l’unico venuto al villaggio in seguito alla repressione napoleonica, dovrà essere inevitabilmente condiviso con tutte le altre per il bene della “nuova società” costituita; e il sentimento puro che egli nutrirà per la sola Violette non potrà frenare la messa in atto del patto comune preventivato, comportando l’insorgere di gelosie e diffidenze nella comunità matriarcale stessa. Ennesima prova di quanto ogni campo sociale venga sempre e necessariamente travolto da flussi desideranti che finiscono per determinarne l’andamento e la fine stessa, capovolgendone senso e confini.
Il film di Francen parla delle contraddizioni della carne, della fragilità dell’essere umano, dell’insanabile conflitto tra interesse, pulsione e sentimento, che ci riporta all’ultima Coppola. Storia universale di solitudini in ginocchio di fronte all’eclisse di un’epoca.