BFM39 – Europe, Now! Incontro con Volker Schlöndorff

Il regista naturalizzato francese, protagonista di una retrospettiva, ha ripercorso la sua vita e la sua carriera durante l’incontro online del Bergamo Film Meeting

A concludere il ciclo di incontri online di Europe, Now!, la sezione del Bergamo Film Meeting dedicata al cinema contemporaneo, ci ha pensato il regista premio Oscar Volker Schlöndorff, protagonista di una densa retrospettiva che ha dato modo di riscoprire i suoi film, molti dei quali non sono mai arrivati in Italia. Regista tedesco naturalizzato francese, Schlöndorff ha iniziato l’incontro parlando di identità. Cresciuto durante la Seconda Guerra Mondiale a contatto coi soldati americani per poi trasferirsi in Francia, ha raccontato la sua vita in italiano con qualche incursione di inglese. “Parliamo della questione dell’identità: c’è chi pensa che sia come la verginità, cioè qualcosa che non bisogna perdere. Io sono dell’idea opposta, l’identità culturale è qualcosa che si costruisce nel corso della propria vita”. Nel ’56 si trasferisce oltre il Reno, in territorio francese, per studiare la lingua in un collegio di gesuiti. Durante un giorno di scuola viene proiettato un documentario sull’olocausto girato da un ex studente, Alain Resnais. “Alla fine della proiezione mi aspettavo che tutti si girassero verso di me per chiedermi cosa avevamo fatto. Io mi sono domandato queste cose e almeno la metà dei film che ho fatto cercano la risposta a questa questione su come sia stato possibile“. Dopo la maturità, si trasferisce a Parigi, e si ritrova seduto allo stesso banco con Bertrand Tavernier, col quale condivide la passione per il cinema. Schlöndorff si prepara per entrare alla scuola di cinema, Tavernier inizia a scrivere per diverse riviste ed ogni volta che incontra un regista parla dell’amico, proponendolo come assistente a sua insaputa. Così Schlöndorff entra in contatto con Louis Malle, diventando suo assistente sul set di Zazie nel metro. Successivamente parte per Monaco di Baviera, dove Resnais, che stava girando L’anno scorso a Marienbad, aveva bisogno di qualcuno che parlasse tedesco e francese. Lavora anche come assistente di Melville per tre film. “Al tempo c’era la credenza che il primo film dovesse essere fatto entro i 25 anni“, ha raccontato, “io ne avevo 24 e nessuna idea su cosa raccontare. Allora i miei amici, tra cui Louis Malle, mi dissero che in Francia c’erano già troppi registi e mi consigliarono di tornare in Germania e fare un film sulla Germania, di cui nessuno sapeva niente. Il problema è che non sapevo niente nemmeno io della Germania“.

È in questo momento che si inserisce la lettura casuale del romanzo di Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless, ambientato in un collegio militare, un’esperienza molto simile a quella vissuta da Schlöndorff nel collegio di gesuiti, in cui il protagonista osserva le dinamiche di forza all’interno della sua classe, analizzando i comportamenti umani, finché il suo rifiuto ad intervenire a difesa della vittima designata si trasforma in complicità dell’orrore. Sono gli anni in cui Bernardo Bertolucci gira Prima della rivoluzione e Marco Bellocchio dirige I pugni in tasca, due film amati molto da Volker Schlöndorff. Incontra i registi a diversi festival e scopre l’esistenza di una generazione di giovani cineasti ispirati dalla Nouvelle Vague francese. Dopo l’insuccesso del suo secondo film, Vivi ma non uccidere, Schlöndorff decide di dedicarsi agli adattamenti letterari, all’epoca considerati film di seconda categoria. “Si voleva che gli autori e i cineasti scrivessero loro stessi. Ma era una cosa che sapevo fare e quindi ho continuato. Che sia un film d’autore o un adattamento alla fine è la stessa cosa, ognuno porta i suoi valori, il proprio sguardo sul mondo, le proprie differenze. Anche questo è un discorso di identità, artistica e creativa“. Durante gli anni di piombo, gira insieme alla prima moglie Margarethe von Trotta Il caso Katarina Blum. Sono gli anni della lotta armata, “ma le armi erano soprattutto dalla parte dello Stato“, ha detto Schlöndorff. Il film diventa il manifesto di un’intera generazione.

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Assiduo frequentatore della Cinémathèque française, è qui che Schlöndorff si appassiona al cinema muto e spesso si improvvisa traduttore diretto per i film sottotitolati in tedesco. Alla Cinémathèque conosce Fritz Lang, Sternberg, Nicholas Ray. “Ho sempre lavorato con la consapevolezza che nel cinema c’è una lunga catena iniziata più di cent’anni fa e che continua e c’è un certo obbligo estetico, di onestà, di non pensare che con ogni film stiamo inventando di nuovo il cinema. La ruota già esiste e bisogna solo perfezionarla“. La consacrazione internazionale arriva con un film che il regista inizialmente non voleva fare, Il tamburo di latta, basato sul romanzo omonimo di Günter Grass, vincitore della Palma d’oro al 32° Festival di Cannes e dell’Oscar al miglior film straniero.

La qualità di un romanzo è spesso basata sulla vita vissuta. Questo ragazzo immaginario che non cresce mai è un’invenzione ma è anche una proiezione di Günter Grass e tutti i personaggi intorno sono ricordi. Al momento di trovare gli attori lui dava indicazioni su persone reali. Però non era facile incarnare una figura immaginaria come questo ragazzo. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare un bambino di undici anni che sembrava più piccolo, ma aveva l’intelligenza di un adulto“. Un film che tratta temi che non riescono mai a diventare passato, ancora fortemente contemporanei, e racconta una storia sulla piccola borghesia manovrata dai partiti, di cui Hitler e i nazisti sono stati la voce. “Il piccolo Oscar è un rappresentante di questa classe nel senso che vuole avere tutti i diritti dell’infanzia e nessuna responsabilità dell’adulto. Questa è la definizione di infantile. I partiti demagogici sono infantili e si indirizzano a persone con una mentalità infantile, che cercano soluzioni semplici a situazioni e problemi complicati“. E riguardo al suo rapporto con gli attori, il regista ha detto “Questi attori [Angela Winkler e David Bennent] sono rimasti miei amici, fanno parte della mia vita come io della loro. L’unico modo per dirigere un attore è amarlo, con le sue debolezze e le sue qualità, per entrare in relazione in modo emozionale. Il deeper meaning, come diceva Billy Wilder, il vero significato di un film è il viso di un essere umano che diventa il centro di un universo che è il film stesso. In questo senso tutti i miei film sono racconti in prima persona singolare e c’è sempre un personaggio che va attraverso un’esperienza e io mi identifico con lui. Il rapporto con l’attore è la cosa più importante di un film“.

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