BFM41 – Incontro con Jaco Van Dormael

Il Bergamo Film Meeting incontra il secondo protagonista della sezione Europe, Now! Un autore di spicco del panorama europeo contemporaneo. dalla singolare purezza di sguardo

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“Si può fare un film lineare e quasi documentario come i fratelli Lumière, si può fare un film alla Méliès, e poi c’è una via di mezzo tra i due, ciò che non è sogno o realtà, ma la percezione della realtà. A me piace che la narrazione dei miei film assomigli al modo in cui funziona la mente umana, la quale può passare dal ricordo del passato all’immaginazione del futuro; io tento di riprodurre questo meccanismo.  La nostra mente realizza una sorta di puzzle con ciò che i nostri occhi e orecchie percepiscono. Per noi quella è la realtà, ma in realtà è semplicemente la nostra percezione della stessa. Lo stesso avviene con il tempo, a me piace modellarlo e non utilizzarlo in maniera lineare perché è così che io lo percepisco”. 

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Inizia così l’incontro organizzato dal 41° Bergamo Film Meeting con Jaco Van Dormael, cineasta belga a cui il festival ha dedicato la sezione per il cinema europeo contemporaneo Europe, Now!.

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Un regista, Van Dormael, definito “un classico già dal primo film”, un autore dei nostri giorni che ha saputo costruire la propria poetica non solo tramite la riproposizione di alcune “costanti” (voce narrante, attenzione alla fanciullezza e al tempo), bensì anche attraverso una certa purezza di sguardo, inevitabilmente legata anche alla sua amicizia con l’attore feticcio Pascal Duquesne. Un’amicizia, ammette il regista, nata “per caso dopo che mi chiesero di realizzare un cortometraggio sullo sport con ragazzi con la sindrome di Down; ed è stato davvero molto buffo girare con loro, perché si mettevano davanti alla telecamera, salutavano, cercavano di interagire. Poi ho avuto la possibilità di conoscere altre persone disabili e tra loro c’era Pascal Duquesne; lui ogni volta che finivamo di girare un film mi chiedeva “nel prossimo che cosa faccio?”, perciò ho continuato a lavorare con lui e siamo diventati molto amici”.

Non solo Duquesne. Jaco Van Dormael ha lavorato anche con Jared Leto, protagonista del lungometraggio Mr. Nobody del 2009, il fascino del quale, a sentire il cineasta, rappresenta però un’eccezione all’interno del suo panorama casting: “Jared è molto bello e Hitchcock usava attori molto belli per raccontare situazioni quasi irreali. Un attore bello rende più facile raccontare qualcosa di lontano dalla realtà. Per questo l’ho scelto per interpretare Mr. Nobody, ma generalmente la mia sensazione, magari errata, è che per raccontare qualcosa di reale sia meglio utilizzare attori più “normali” dal punto di vista estetico”. 

Ed Hitchcock è solo uno dei grandi nomi della settima arte ad aver influenzato Van Dormael, dal momento che, come lui stesso racconta, “ci sono molti registi che sono stati dei maestri. Posso fare l’esempio di Toto le héros, la cui struttura è la stessa di Amarcord di Fellini, pur raccontando una storia completamente diversa. Un altro che posso citare è Tarkovskij, un autore che ho sempre cercato di capire, del quale ogni volta che guardo un film piango, ma ancora non so dire perché. Ancora mi sfugge”. 

Ciò di cui invece il cineasta belga è profondamente convinto è l’importanza della struttura narrativa delle sue pellicole e del lungo processo di scrittura che ne procede la lavorazione sul campo: “per me la cosa più importante è la scrittura, che mi occupa sempre tanto tempo. Quando scrivo io non so chi saranno gli attori e non so in che lingua verrà girato il film. Ci metto davvero molto a scrivere, perché il 90% del tempo sono un pessimo sceneggiatore. Poi a volte emerge quel 10%, finché mi accorgo che lo script funziona ed è pronto. Ad esempio ho iniziato a scrivere Toto le héros quando avevo 23 anni e l’ho terminato quando ne avevo 30″.

Infine, prima di una piccola anticipazione sul suo prossimo progetto – un film sui sogni – risponde in maniera netta a chi gli chiede un consiglio per i giovani che sognano di intraprendere la carriera di regista: “A volte ci sono dei giovani cineasti che mi chiedono consigli e io di solito inizio con il dire che per prima cosa bisogna abituarsi all’idea di vivere con pochi soldi, ad essere poveri. Poi dico sempre che bisogna avere due qualità: essere molto determinati ed essere un poi stupidi; perché se si è troppo intelligenti e ci si mette a pensare a tutto quello che potrebbe andare storto non si può andare avanti. Bisogna essere abbastanza stupidi da dire “ce la farò,  vado avanti” e dopo cinque anni “ok non ho ancora finito ma ce la posso fare” e dopo altri cinque anni “ok è uscito, non è andato bene però è stato bello farlo”.

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