Bif&st – Giorno 2: Da Paolo Sorrentino a The Grand Budapest Hotel

Viene da fermarsi un attimo a riflettere sull’essenza del regista, in questa domenica di sole e di  seconda giornata del Bif&st. Paolo Sorrentino dice che il regista “è un dilettante concentrato”, che non ha una musa, una rivelazione, ma idee che, quanto non si rivelano mere trovate dopo sole ventiquattro ore, si trasformano in ossessioni. E, quindi, talora in film. Aleggiano ancora i  cori di I Lie di David Lang sui titoli di coda de La grande bellezza quando il Premio Oscar sale sul palco del teatro Petruzzelli con Malcom Pagani e comincia a parlare. In platea, sui palchi, sul loggione, grappoli di persone in silenzio (sono 1.400, più 400 in coda fuori che non riescono ad entrare) e poi piene di domande. E’ la giornata di Sorrentino – premiato in serata da Valeria Golino con il  Premio Fellini per l’eccellenza cinematografica –, di un regista che, come dichiara, con il suo film ha avuto l’ambizione di raccontare tutto, o meglio Tutto, con il rischio di essere superficiali. Facendo muovere il suo Jep Gambardella nella Roma degli Imperatori e dei Papi che sta lì da un paio di millenni, tanto solida da risultare effimera.

 

Da La grande bellezza  a The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson (film che quest’anno ha aperto Berlino), seconda anteprima del festival dopo il kolossal di Aronofsky.  E torna la riflessione del principio, approdando però altrove, perché qui il “dilettante” diventa un regista bambino che i mondi li ricrea come se il cinema fosse un bellissimo e colorato negozio di dolci, come se fosse l’umore di uno splendido  cartoon,  l’avventura dell’immaginario e di personaggi fra le geometrie di un mondo privato, che non esiste, che diventa qualcos’altro, dalla realtà in stop motion di Fantastic Mr. Fox  alla fuga dei due piccoli innamorati di Moonrise Kingdom fino all’Europa Orientale e alle vicende, fra questioni di eredità e omicidi, fughe dal carcere, fra l’amore e l’amicizia, il tempo e la vita, nell’albergo (e fuori) di The Grand Budapest Hotel. Il regista che ama Truffaut e I 400 colpi, che del cinema ne ha fatto sentimento simile forse a quello di Gondry.

Ma la seconda giornata del festival è stata anche la prima della sezione Panorama Internazionale. Ed ecco, allora, che dalla giraffa nella Roma di Sorrentino si passa a Giraffada di Rani Massalha, storia che si svolge fra uno zoo in Palestina e un Safari israeliano. Perché è un animale , spiega il regista, che col suo collo lungo può guardare dall’alto,  meglio di tutti gli altri. L’avventura di un uomo, veterinario, e di suo figlio, per cercare di salvare una giraffa femmina depressa per la morte del suo “compagno”, un maschio rimasto ucciso durante un attacco aereo israeliano. Le serve un altro compagno ma bisogna andarlo a prendere n Israele. Coproduzione cinematografica  fra Francia, Germania, Italia e Palestina, è una storia che tenta di andare oltre i sui toni leggeri, oltre la favola, dentro la drammatica realtà palestinese, ma che non riesce ad andare purtroppo oltre un esito piuttosto modesto. Più interessante, invece, anche se incompiuto, è West di Christian Schwochow, altra storia di confine, nella Germania di fine anni Settanta divisa dal Muro. Una donna e suo figlio scappano da Berlino Est, dal passato, e si ritrovano nel centro di emergenza per i rifugiati a Berlino Ovest. Anche qui, però, non sarà facile, anche qui i servizi segreti le chiederanno del marito morto, che morto forse non è. Piccole avvisaglie di thriller in quello che resta però una storia drammatica, quasi intima, dentro un o sguardo più largo, sul passato in fondo ancora recente di un intero Paese.