Bif&st. Giorno 5: Ralph Fiennes racconta Charles Dickens

E' Valeria Solarino a consegnare in serata  il Premio Fellini per l’Eccellenza Artistica a Ugo Gregoretti, quasi 84 anni, che durante la “lezione di cinema" della mattina, coordinata da Enrico Magrelli, ha annunciato il ritorno alla regia, l’inizio a breve delle riprese di La storia sono io, ironica trasposizione della sua vita. Dopo la premiazione è il turno della poco coinvolgente seconda regia di Ralph Fiennes, giù autore dello shakesperiano Coriolanus nel 2011. Quinta anteprima internazionale del Bif&st, The Invisible Woman racconta degli ultimi anni di vita (e d’amore) di Charles Dickens (lo stesso Fiennes) che s’invaghisce della diciottenne Nelly (Felicity Jones, particolarmente vocata ai film in costume da Chéri di Stephen Frears a Hysteria di Tanya Wexler).  Per lei lascerà la moglie ma, per proteggere la facciata imbiancata di una incomprensibile moralità, non dichiarerà mai pubblicamente il suo legame con Nelly, costringendola a una vita clandestina e a una solitudine dolente e immolata da donna disarmata a uomo disarmante. Il film mantiene bassissima la temperatura, indulgendo a calligrafismi sparsi e ripetuti e a una rappresentazione routinaria da Ottocento  nel quale sentiamo a più riprese la mancanza di un’età dell’innocenza.   

 

Felice accoppiata quella dei due film di Panorama Internazionale, che fanno del reale qualcosa di completamente diverso: in uno è lo scenario crudele di una guerra, nell’altro diventa levigata superficie a restituire il falso, un ironico e accelerato insieme di rovesciamenti. Il bel Tangerines di Zaza Urushadze è soprattutto una storia intima, racconto di persone dentro un mondo di assurda violenza, delicato film pacifista di umanità  in un villaggio dell’Abcasia sconvolto da un conflitto che ha indotto gli estoni del luogo a tornare in patria. Sono rimasti solo l’anziano Ivo, lontano dalla famiglia, e il suo amico Markus. Sono rimasti solo i mandarini del titolo, come immagine di una “normalità”. Un giorno, a due passi dalla casa di Ivo, in uno scontro armato fra soldati di fazioni opposte, restano uccisi tutti tranne due, feriti, appartenenti a entrambi gli schieramenti, un mercenario ceceno e un georgiano. Si ritroveranno insieme nella casa di Ivo che li ha salvati, nemici costretti a vivere insieme, per sopravvivere. Fino al finale di morte. E di vita che continua. Il franco-israeliano Kidon di Emmanuel Naccache, invece, si presenta inizialmente come spy story e si svela progressivamente come esercizio di commedia a tempi e ritmi riusciti, divertissement su uno scorrere scivoloso di personaggi, false piste e travestimenti. Il congegno narrativo ruota intorno a un reale fatto di cronaca, l’assassinio a Dubai nel gennaio 2010 di Mahmud al-Mabhuh, leader di Hamas, con i forti sospetti della polizia locale sul Mossad, servizio segreto israeliano di spionaggio e controspionaggio (“Kidon” è un’unità operativa al suo interno). Da qui inizia la messa in finzione e il gioco del film. I giornali pubblicano le foto di tre uomini e una donna, indicandoli come gli agenti del Mossad responsabili dell’omicidio. Ai piani alti dell’organismo, però, nessuno li conosce. Si comincia così e si arriva da un’altra parte. Alla fine (beffarda), l’intelligenza dell’intelligence israeliana non esce bene. “C’è qualcuno che si è sentito forse offeso dal tuo film?”, è una delle domande al regista presente per introdurre la proiezione. Segue la risposta, divertita: “Nessuno. Sono ancora vivo”