BIOGRAFILM 2012 – "Hopper: in His Own Words", di Cass Warner

Hopper: in His Own Words, di Cass Warner. DENNIS HOPPERIl film si apre e si chiude con la figura di Dennis Hopper travestito da se stesso, cowboy ritagliato dall'ombra che non si prende del tutto sul serio, al culmine di una forza e di una bellezza virile intatte ma che irradiano la promessa dell'autodistruzione.

Il palcoscenico è quello del The Johnny Cash Show, l'anno è il 1970, le parole vengono da If di Rudyard Kipling, ma nella straordinaria interpretazione di Hopper, appena sarcastica, studiata eppure istintiva, una miscela esplosiva che abbiamo raccontato nel ritratto dedicatogli per la sua recente scomparsa, sembrano trasformarsi in una profezia, un messaggio, un'incarnazione della sua stessa vita: sarai un uomo, figlio mio, se saprai incontrare il successo e la sconfitta/e trattare questi due impostori allo stesso modo.

Molti anni più tardi, Hopper interpreterà un'altra grande poesia, di Rainer Maria Rilke: cosa è successo tra le due poesie, cosa è accaduto nel frattempo? In quello che la guardia del braccio della morte di Into the Abyss di Werner Herzog, proiettato ieri qui al festival, chiama "vivere il trattino" (quello tra la data di nascita e di morte, sulla lapide).

DENNIS HOPPER (foto di Randall Slavin)Cass Warner, nipote del fondatore storico dello studio Harry, sceglie di raccontarlo giustapponendo alla conversazione con un Hopper già maturo, nel 2007, le immagini della sua carriera, incredibilmente parlanti: inizialmente, ai tempi del primo contratto con la Warner e dei lavori televisivi, il suo viso è dolce, da bravo ragazzo americano, incredibilmente simile a quello di suo figlio Henry (Restless), ma gli occhi sono già selvaggi, seminano già intorno una folle inquietudine; via via diventerà sempre più angoloso e inafferrabile.

La trasformazione del viso e del corpo insieme a quella di attore, non una carcassa manipolabile di attore, ma un attore-essere umano: "questo mestiere ha come un effetto cumulativo, che ti spinge a continuare a lavorare, come per una scultura". Dennis getta in campo se stesso, si cesella, si mette alla prova, si rompe in mille pezzi, anche, si ricostruisce.

Dennis Hopper e Nicholas Ray - New Mexico, 1971Hopper si ricorda ventenne, un cucciolo che seguiva con ammirazione e emulazione Jimmy Dean, del quale racconta speranze e asprezze – di poco più grande di lui,  incontrato sul set Gioventù bruciata (1955), ritrovato e perduto ai tempi de Il Gigante (1956).

James Dean e Nicholas Ray emergono dal suo racconto di Hopper come le prime due figure in grado di confermargli che era possibile sfuggire alla morsa del copione, al quale all'epoca registi e studios imponevano la massima aderenza: in qualche modo Dennis inizia a improvvisare (nella recitazione e nella vita), finisce nella black list per il suo carattere ribelle e l'insofferenza ad aderire a un ruolo scritto senza metterci del suo, studia con Strasberg, lascia Hollywood, si dedica alle fotografie, all'arte, alla scultura, meditando su altri modi di lavorare nel cinema "volevo girare un film da regista prima dei 25 anni, come Orson Welles con Quarto Potere".

Emergono l'amicizia solidale con il direttore della fotografia Haskell Wexler, rapporti felici con altre personalità  a lui affini, come Peter Fonda e Jack Nicholson, con i quali gira The Trip (1967) per la American Pictures di Roger Corman: primo film indipendente a essere distribuito da una major, con soundtrack di brani dell'epoca), poi Easy Rider (1969) The Last Movie (1971) e un'esistenza intrecciata ai tumulti della controcultura americana, le contraddizioni insopprimibili, dorate e velenose del sogno della libertà.

DENNIS HOPPER"Nessuno a Hollywood parlava di ciò che stava accadendo, come del Black Panther Party. In Easy Rider cercavamo di essere ironici sul nostro paese, volevamo dimostrare che siamo tutti coinvolti, tutti pusher, in un modo o nell'altro. Il film riguarda la libertà: a un certo punto Peter dice 'siamo fregati', si volta di schiena e sulla sua giacca vedi la bandiera americana".

Questa tensione verso la realtà riaffiora dopo la fuga in Messico, il sogno di vivere come D. H. Lawrence nella natura, in una natura che bastasse a se stessa, l'alcool, le droghe. Il volto di Hopper è diventato duro, sporco, molto invecchiato nel giro di pochi densi anni (e solo sei settimane dopo la disintossicazione definitiva, nel 1986, darà vita a uno degli psicotici più indimenticabili della storia del cinema, il Frank Booth di Blue Velvet, per David Lynch). Hopper è disilluso, ma più che mai a caccia di realtà, della vita presente nel cinema: "Volevo fare un film sui senzatetto di Santa Monica, una storia d'amore tra ambulanti, con veri artisti di strada. […] Quando mi proposero Colori di Guerra lo definii ridicolo. Mi chiesero cosa avrei fatto per renderlo realistico. Risposi semplicemente: basta ambientarlo a Los Angeles, tra le vere gang. Anche sotto casa mia!"
 

DENNIS HOPPER Si esce dal film con una certezza: l'indipendenza di Hopper non fu mai una posa; essere fuori da è un movimento ambiguo, con un caro prezzo, per chi sente che in qualche modo presto non ci sarà più nulla di ben definito dal quale tenersi fuori o all'interno, che si parli di sistema degli studios o di sistema sociale globale (ed è andata proprio così).

In un'intervista degli anni '70 che compare nel documentario, una riflessione fulminante: "sembra che più ti allontani dall'establishment, più ti riavvicini ad esso, è come se fossi legato ad un elastico".
E più avanti, qualche anno prima della sua morte, dice senza enfasi: "In realtà sempre voluto lavorare nel sistema degli studios, mi piaceva la sua organizzazione. Non è stata una scelta diventare un ribelle".
Non una scelta, infatti, ma una vocazione. E per quanto il documentario In His Own Words (finanziato anche attraverso Kickstarter e ancora in fase di work in progress) non sia particolarmente brillante, è bello, mentre scorrono le ultime immagini, con Jack Nicholson e Viggo Mortensen commossi all'arrivo di Hopper a ricevere la sua stella nella Walk of Fame, malato, esile, stanco, ma sempre grandissimo, aver passato ancora un'ora con questo magnifico bastardo che ci manca…

 

 

 

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