#Biografilm2017 – Incontro con Clive Oppenheimer

Plinio il Vecchio era uno scrittore e naturalista romano, un uomo di scienze curioso, assetato di sapere, che quasi duemila anni fa perse la vita soffocato da esalazioni vulcaniche perché troppo prossimo all’eruzione storica del Vesuvio, che seppellirà Pompei ed Ercolano. Werner Herzog si ispira a epigono di Plinio il Vecchio, scala le pendici dei vulcani e punta la camera dritta al loro cuore, là dove il fuoco ribolle e si rimescola: sono immagini di forte impatto (anche sonoro), che emozionano perché rimandano alla misteriosa nascita del creato, e a qualcosa che seduce e spaventa al tempo stesso.


Chi lo conosce bene, afferma che Herzog non è un incosciente, e ha saputo prendersi dei rischi calcolati nei documentari girati in tutto il mondo ormai da quasi cinquant’anni: sa cosa fare, come farlo, sia sull’orlo di un vulcano (in quest’ultima fatica, Into the inferno), sia in volo con un dirigibile sopra l’Amazzonia (Diamante Bianco). Del resto, col suo solito inglese riconoscibilissimo, venato da sfumature teutoniche, nel film girato col vulcanologo Clive Oppenheimer si definisce “l’unico regista sano di mente”, accennando non solo una riflessione su stesso ma, sottilmente, sul cinema in generale come arte, e come arte problematica.
Eppure la follia, una follia positiva, superstiziosa, permea tutto Into the inferno. Eppure Oppenheimer, che conobbe Herzog dieci anni fa durante le riprese di Encounters at the end of the world, scriveva al regista, regalandogli il libro dal quale nascerà poi l’intelaiatura della nuova pellicola, che “forse era giunto il momento per fare un film demente sui vulcani”.

Sembrano tutti “dementi”, dunque, mentre scorrono le immagini con sottofondo di Verdi, Vivaldi, Wagner: dementi sono Herzog e Oppenheimer, che si spingono fin sulla soglia del baratro, e che parlano dei lapilli che potrebbero colpirli da un momento all’altro, in caso di esplosione all’interno del vulcano, come se stessero tranquillamente discettando di gastronomia; dementi sono le popolazioni autoctone, la cui irrazionalità scaramantica contrasta con la razionalità dei geologi. Ma “i miti di questa gente”, afferma candidamente Oppenheimer al Biografilm, al termine della proiezione, “a volte possedevano qualche fondamento scientifico, e io ho avuto sempre molto rispetto per le loro strambe teorie”.
Per quanto eccentriche, le considerazioni degli uomini che vivono nelle isole Vanuatu, in into_the_infernoOceania (qui il film parte e poi si espande peregrinando anche in Etiopia, in Indonesia o in Corea del Nord, dove Herzog compie una piccola digressione sulla curiosa situazione politica), sono proprio quelle che invero interessano il documentarista tedesco. Di certo lo attrae il fuoco, l’elemento che cattura finanche tra le quattro capriole del camino, ora magma fragoroso che gorgoglia e che spumeggia alla fine di un buco minaccioso. Ma non basta: ad Herzog preme approfondire il lato magico che attornia il fuoco e i vulcani, i riti,i canti,i demoni (perché ogni montagna che fuma ne ha uno), la memoria collettiva sulle eruzioni. Ad Herzog preme rivelare quanto di più spirituale e apparentemente assurdo alberga nei labirinti dell’uomo, allacciato alla vita da uno spago pronto a recidersi, soprattutto se si vive sotto potenziali cascate di lava.
L’Islanda è terra spettacolare, con circa duecento vulcani, e torna in Into the inferno proprio per un racconto mitologico legato ai vulcani. Un racconto di cui è rimasta una sola copia, un papiro, donato al re di Danimarca nel XVII secolo e negli anni ’70 riapprodato nei porti islandesi. E ancora: il leggendario luogo di nascita del popolo coreano si dice che sia quel vulcano del cui mito, secoli dopo, si è appropriato il presidente. E così via in Etiopia, in Oceania, nel mondo, seguendo la dottrina che vede i vulcani come creatori dell’atmosfera in cui respiriamo, pertanto padri e assassini.Clive Oppenheimer è il filo rosso che lega le varie parti del film e i vari luoghi che Herzog visita. Sembra, anzi, che Oppenheimer sia un doppio di Herzog, il quale ha affermato che avrebbe fatto il vulcanologo se la carriera da regista non fossestata così radiosa.
A Bologna, Oppenheimer ricorda un aneddoto canadese: il direttore del Festival di Toronto, al termine di Into the inferno, asserì che sembrava, il rapporto tra Herzog e il vulcanologo, una storia d’amore. Dal gelido regista tedesco non poté che ottenere una risposta secca e irritata, e cioè che l’unica storia d’amore della sua vita è quella con la moglie, e non ve ne sono altre. Perché Werner sarà anche l’epigono di Plinio il Vecchio, si arrampicherà sui vulcani e sfiorerà gli orsi,ma resta l’unico regista sano di mente, per sua stessa ammissione. E con lui è vietato scherzare.