#Biografilm2017 – Manifesti, match e minimoto

I tanti volti di Cate Blanchett decorano ogni cianfrusaglia del Biografilm. La faccia di uno dei tredici personaggi interpretati dalla bella australiana – rossetto aggressivo, turbante nero, pelle smunta e sguardo penetrante – campeggia anche sulla copertina del programma del festival: ha superato pure Denis Lavant, che nell’eccentrico e inaudito Holy Motors di Leos Carax viveva “appena” nove vite diverse. Tredici diversissimi volti (anche di un uomo), che la Blanchett presta per l’intrigante e originalissimo Manifesto, un film scritto e diretto da Julian Rosefeldt, premiato al Sundance Film Festival.
Per Manifesto c’è il pienone anche alla seconda proiezione del Biografilm, a Bologna. Un’opera densa, massiccia, fin troppo verbosa, zeppa delle più innovative dichiarazioni artistiche (“manifesti”, appunto) del XX secolo, messe in bocca ai vari personaggi della Blanchett, che si scatena in accesi monologhi tra virtuose sequenze, spesso al ralenti, e sopra il tappeto sonoro sempre accattivante – ma è più un tamburo, che un tappeto – di Nils Frahm.
A ogni personaggio si lega un movimento non solo artistico, ma anche politico. Un film interamente cosparso di citazioni, divulgate nei modi più strambi: la maestra che catechizza a scuola i suoi alunni imberbi, una donna dai capelli rossi che pontifica a un funerale, una madre che snocciola un programma prima di un pranzo familiare, a mo’ di preghiera: dal manifesto futurista al Dogma 95 di Lars Von Trier e Thomas Vinterberg, dalle idee di Jim Jarmusch a quelle della Pop Art, dal manifesto del partito comunista alle sentenze dadaiste. E così via, in un impianto visivo di notevole impatto, che convince il pubblico bolognese.

Sconfortante, invece, My husband’s wife di Gia Noortas, presente al Biografilm e attrice nel suo stesso film. Il tema della poligamia, e delle sue radici economiche, è trattato con superficialità da soap opera (non si salva neanche il sottofondo musicale, anch’esso da rozza telenovela). Così il protagonista, molle e indeciso, non farà altro che ripetere “mi dispiace” alle due rispettive donne. E il film kazako si configura come una bruttissima copia di quel Match Point alleniano plasmato con tutt’altra pasta.
Dolci e amare sono le sensazioni che, invece, provengono da La terra dei motori, il terramotori-biografilmrumoroso documentario di Pierluigi De Donno sul circuito di San Mauro a Mare (ma si emigra anche in altre piste italiane), là dove sono nati e cresciuti, in sella a simpatiche minimoto, Simoncelli, Melandri, Dovizioso, Rossi e tanti altri. La camera scruta le giovanissime promesse, un po’ goffe nelle loro tute ingobbite, e i loro genitori, che ne seguono le imprese, riverberando sui figli, talvolta, i propri sogni inespressi, o trasmettendo troppa pressione sui ragazzini.

Altro discreto documentario è Goodbye Darling, I’m off to fight, un lavoro di Simone Manetti del 2016, già premiato nell’edizione scorsa del Biografilm: è la storia, raccontata con regia asciutta e fotografia diafana, di un’attrice, musicista, infine combattente di muay thai, che prova a ricostruirsi ogni volta un futuro, una passione, un senso, nella costante sfida contro se stessi. C’è Francesco Motta, a Bologna, premio Tenco 2016, che firma i brani strumentali, ruvidi, del film di Manetti: “di solito c’è sempre una guerra tra musicista e regista, in cui vince il regista: non è stato questo il nostro caso”, afferma Motta ai microfoni del Biografilm. È il sogno di ogni musicista.