#Biografilm2018 – Rockstar, invocazioni e sognatori pop

C’è un filo comune che allaccia due biopic presentati in questi primi giorni di Biografilm Festival a Bologna: Faithfull (2017) di Sandrine Bonnaire e Jane Fonda in Five Acts (2018) di Susan Lacy. Le registe sono donne, e donne sono anche le protagoniste; ambedue star, ambedue con tre mariti alle spalle (dirà la Faithfull, in un’intervista, dopo rallentati secondi di silenzio, parlando del matrimonio: “Non fa per me”); ambedue sono state due bellezze mozzafiato, ed ora, sfiorite, sorpassata la basola dei settant’anni (ottanta per l’attrice americana), duellano con la scomoda accettazione di se stesse.

È strano, pertanto, che Jane Fonda trascorra un’intera vita con la smania d’essere autentica e poi, però, ricorra alla chirurgia estetica. E ci si chiede, dunque, dove cominci e dove finisca l’attrice Jane Fonda, dove cominci e dove finisca la reale Jane Fonda. Tuttavia ci sono, nel documentario che, in cinque capitoli, ne ripercorre con vividezza la biografia, brandelli di verità incontestabili: la prematura scomparsa della madre suicida, che altererà il comportamento da genitrice della stessa Fonda (una quasi orfana); il rapporto difficile col padre, anch’egli attore, fatto di lontananze e reticenze, ma anche di un amore tardivamente confessato; la “dipendenza” dal primo marito, l’ingombrante regista francese Roger Vadim, perché, dichiara, “volevo che qualcuno mi plasmasse”; la bulimia; l’attivismo sfrenato (“per far tacere i suoi demoni interiori”, dichiara il figlio), soprattutto dal matrimonio con Tom Hayden nel ’73, con i problemi derivanti dall’essersi schierata contro Nixon e contro la guerra in Vietnam; il suo cinema successivo, stavolta “impegnato”, utilizzato come missione, come piattaforma per propagandare il cambiamento. È palpabile che l’attenzione di Jane Fonda si focalizzasse costantemente, e tutt’oggi si focalizzi, a salvare quelle anime dalla fiammella quasi spenta. E questo poiché lei stessa, più volte, era stata candela in procinto di estinguersi.
Candela sempre più logora è anche Marianne Faithfull, classe 1946, cantante e attrice britannica, tratteggiata nel documentario omonimo, Faitfhull, dotato di meno ritmo rispetto all’opera parallela su Jane Fonda. Eppure torna il tema dell’invecchiamento, della fatica di vivere oggi rispetto a come, splendidamente, si è stati. Ma non tutto fu rose e fiori, per la Faithfull: i sei giorni di coma in Australia, l’abuso di eroina, la relazione con quel Mick Jagger che conobbe a una festa alla quale nessuno voleva partecipare, le follie (“lasciai Mick perché credevo che sarei morta, facendo quella vita”), gli enormi dispiaceri, come la perdita di un bambino, incinta dello stesso membro dei Rolling Stones. Il biopic si apre con i primi versi della Commedia, recitati da Marianne in inglese (il padre, non a caso, insegnava italiano a Liverpool): a testimonianza dello smarrimento che verrà, ma anche dell’amore che, nel finale del lavoro di Sandrine Bonnaire, è tutto ciò che davvero conta, seguendo il discorso un po’ cosparso di cliché della Faithfull.

Amore contrastato, vorace, accecante, è quello che investe il notevolissimo We the animals di Jeremiah Zagar (2018), regista di documentari premiato proprio al Biografilm dieci anni fa (con In a dream), il quale stavolta si cimenta in un film di finzione ispiratosi a un romanzo di Justin Torres. E fa pienamente centro. Un intruglio di emozioni, di sequenze superiori, a narrare di tre fratellini metà statunitensi, metà portoricani. A narrare del loro amore, e di quello volubile e anche violento dei loro genitori, che si barcamenano in lavori precari. Il tutto immerso in una qualsiasi periferia americana, che li marginalizza, che fa loro scoprire parte del sesso, e in cui i colori e le luci, mediante una fotografia impeccabile, indorano la storia. We the animals è stato definito, a ragione, il Moonlight del 2018. Come il film di Barry Jenkins, è magnificamente recitato. Ma l’opera di Zagar possiede più spinta visionaria: come quando i disegni del minore dei tre fratelli – Jonah, che fa intendere la sua omosessualità – prendono forma e corpo, o come quando immagina di planare sopra tetti e alberi. Se fosse un disco, We the animals sarebbe un perfetto album dream-pop, capace quindi di trasportare con leggerezza col solo mezzo sonoro, visivo, e con sprazzi di intenerimento o malinconia, benché sia di dolcezza il sapore che, più di altri, resta.

Infine, direttamente da Cannes, è quantomeno un approccio originale, quasi letterario, quello di Mark Cousins in The Eyes of Orson Welles, poiché si rivolge direttamente al grande regista scomparso di Quarto Potere, dandogli del tu, anzi immaginando, nell’ultimo capitolo, l’avvento incorporeo di Welles stesso che, col suo vocione e al di là della sua lunga barba, risponde a Cousins. The Eyes of Orson Welles è un docufilm sottile, abile a rendere merito alla grandezza dell’Orson pittore, disegnatore, analizzando di continuo le sue scene, come se fossero scaturite da un pennello, e come se il suo cinema fosse, insomma, un surrogato della sua mano. Rende merito, Cousins, anche all’Orson uomo, amante, viaggiatore, attivista, in quel gioco equilibrato di dialogo artificioso col morto, spesso ironico, che distanzia il regista defunto e non rende The Eyes of Orson Welles né un documento di mera critica wellesiana, né un canto adulatorio senza occasione di giudizio.