Bird Box, di Susanne Bier

Premessa: dallo scorso 21 dicembre (data di rilascio) ben quarantacinque milioni di utenti Netflix hanno visto Bird Box in appena una settimana. La notizia non è solo interessante per il dato in sé (soprattutto per un film che non ha goduto di un massiccio lancio pubblicitario), ma risulta assai rilevante perché è il primo “dato ufficiale” che  la piattaforma streaming fornisce su uno dei suoi prodotti. E allora: continueremo ad avere dati di questo tipo? Stileremo nuove classifiche di Box Office in base ai collegamenti streaming? Vedremo…

Occupiamoci del film, ora, perché i presupposti sono notevoli: basato sull’omonimo romanzo di Josh Malerman, il nuovo film di Susanne Bier si immerge immediatamente in una trama da horror post-apocalittico (che sembra sempre di più il “genere” del nuovo millennio). Sulla terra c’è una entità maligna – aliena? – che se guardata dagli esseri umani spinge al suicidio istantaneo. Per sopravvivere bisogna muoversi bendati, non vedere, quindi fidarsi di altri sensi… Come dire: nell’epoca dell’eccesso di visione, delle sempre più Alte Definizioni e dei social-media che costringono a una continua “esposizione”, il genere horror ribalta metaforicamente il campo e ci costringe a non vedere per sopravvivere. Le paure globali del XXI secolo (il cambiamento climatico, le catastrofi naturali, i blackout energetici, il terrorismo “senza volto”, ecc.) si fondono nuovamente al genere classico e partoriscono nuovi “ultracorpi” che minacciano gli umani.

Abbiamo due linee temporali: il presente dove Malorie (Sandra Bullock), la madre, deve proteggere due figli senza nome (Boy e Girl) addestrandoli a muoversi a occhi chiusi nella foresta. E poi il passato, quando tutto cominciò, cinque anni prima: Malorie era una pittrice, la incontriamo mentre sta ultimando una nuova tela che configura “l’impossibilità di connettersi con il mondo” (tanto per capirci da subito…). La “presenza” aliena sconvolge la Terra e Malorie dapprima si rifugia insieme ad altri superstiti nella casa di Douglas (John Malkovich), ricreando una comunità che pian piano naufragherà nelle tensioni e nelle intolleranze, ma assicurerà comunque la “nascita” dei due bambini. Insomma un plot che sembra una fusione tra E venne il giorno e A Quiet Place: Bird Box, però, non raggiunge mai il sublime e fragile umanesimo teorico di Shyamalan e tantomeno la classica tensione hitchcockiana del bel film di Krasinski. 

Il problema del film, allora, è che tutto questo denso e interessantissimo grumo immaginario rimane sempre in potenza. Perennemente inespresso. Susanne Bier è una regista sin troppo abituata a sondare il campo relazionale dei suoi protagonisti (le paure della madre…) per affidarsi con fiducia alle potenze del fuori campo (ancora Shyamalan…) come originario orizzonte di senso del cinema. E allora tenta di sedurci con colte citazioni (il libro su Giovan Battista Piranesi sfogliato nel trambusto…) o con riferimenti interstestuali a un possibile romanzo da scrivere sulla fine del mondo. Ma alla fine è sempre l’evidenza metaforica delle genitorialità come assunzione di responsabilità che calamita ogni azione blindando ogni significanza.

Il film appare quindi un’occasione sprecata, certo, ma resta comunque nella memoria per l’utilizzo reiterato e potente di archetipi arcaici (la nascita, la foresta, la paura dell’ignoto) e per una straordinaria Sandra Bullock che sa prendersi sulle spalle l’intera operazione spostando nuovamente l’attenzione sulla sua personale Gravity d’attrice in costante ricerca di nuovi mondi. Infine: che da Black Mirror a Bird Box i più grandi successi di Netflix passino proprio per una horrorifica “premediazione” dei più foschi incubi contemporanei sul collasso tecnico… beh, questo resta uno straordinario e paradossale spunto di riflessione sull’immaginario popolare del XXI secolo.

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