Bird, di Clint Eastwood

Un altro magnifico ritratto umano di un regista che se ne infischia delle critiche e che persegue la sua idea di autenticità. Whitaker premiato a Cannes come miglior attore. Su Prime Video

Il cinema di Eastwood è pieno di magnifici ritratti umani inseriti più o meno nella Storia, che la attraversano perché vi appartengono ma dalla quale non ne sono completamente definiti. Perderebbero altrimenti quella scintilla di autenticità che li rende veri, potenti, naturali. Essa non va confusa con una verosimiglianza, la cui ricerca estrema allontanerebbe da una rappresentazione fedele dell’immagine; che d’altro canto a volte viene caricata di miti e riletture che potremmo chiamare hollywoodiane, con tutto il fascino che portano. Eastwood è molto bilanciato e in quest’equilibrio i suoi personaggi debordano di vita, a tal punto che ci si smette di chiedere quali siano i fatti inventati e ci si mette comodi a godersi lo spettacolo, che poi è alla base del suo sguardo e del suo modo di raccontare. In questo Eastwood è legato alla tradizione, formato da un certo cinema, che però fa proprio, spesso andando incontro a critiche e preservando altresì una coerenza di pensiero e di visione d’insieme. Bird ha suscitato alla sua uscita alcune perplessità, sia sul lato della narrazione sia sul trattamento riservato alla musica – le tracce di accompagnamento fatte incidere ex novo per offrire una migliore qualità del suono: cosa intendiamo con originale? una forma inviolata o un’identità che persiste nella sua funzione?

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Eppure, è come quando ci si accinge a leggere uno scrittore moderno – nel film forse non a caso si cita Henry James; la prima impressione è sentirsi disorientati, gettati in un flusso che si sposta in più direzioni e su più livelli. Sembra di essere in una storia senza capo né coda, ma poi capiamo perché si apre in quel modo – il tentato suicidio del protagonista e il ricovero in un ospedale psichiatrico. “Lei vuole un musicista o un marito?”, chiede il dottore alla moglie (Diane Venora), la quale risponde che “non sono due cose separate”. Eccolo il doppio filo, in realtà unico, che Eastwood ripercorre: la carriera del sassofonista Charlie Parker (Forest Whitaker) e le sue vicende personali, la musica e l’alcol, la droga, un dolore che non riesce a perdonarsi. In mezzo c’è il mondo che scorre, quello dei valori del profondo Sud, ancora ben presenti; quello delle trasformazioni che non attendono, anzi arrivano improvvise – la cosiddetta “musica moderna” che coincide con la fine di un periodo e dello stesso uomo, che non si capacita di come si possa tradire l’essenza stessa del jazz solo per seguire i tempi.

Parker cammina fuori e dentro il tempo, basta questo a giustificare qualsiasi (ri)costruzione, qualsiasi gesto all’apparenza eccessivo o frase che potrebbe suonare fuori posto. Gli eventi restano piuttosto sullo sfondo e lo accompagnano nel suo peregrinare notturno che diventa la cifra del personaggio – la fotografia di Jack Green, che sarà assiduo collaboratore di Eastwood, abbraccia i corpi, quasi li nasconde facendoli uscire quel tanto che basta e preservandoli da un semplice mettere in mostra. Parker è lì, e dietro quella figura massiccia e umana che incassa colpi, come un pugile stremato all’ultimo round, c’è un attore al suo primo ruolo da protagonista che infonde sé stesso fino a raggiungere le pieghe più profonde. Per la sua interpretazione, Whitaker fu premiato a Cannes e ricevette una nomination ai Golden Globe.

 

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Titolo originale: id
Regia: Clint Eastwood
Interpreti: Forest Whitaker, Diane Venora, Sam Robards, Michael Zelniker, Michael McGuire
Durata: 161′
Origine: USA, 1988
Genere: biografico

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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