Black is King, di Beyoncé Knowles-Carter

L’afrofuturismo sbarca su Disney+ grazie al genio di Beyoncé. Operazione che ha poco dell’iniziativa dal basso ma che lascia comunque ben sperare per le scelte future del colosso dell’entertainment

Il mondo è in fiamme. Lo dice la cronaca ogni giorno tra epidemie poco contenibili, cambiamenti climatici che minacciano irreversibilmente gli ecosistemi e disparità sociali sempre più irrisolvibili.
Sembra incredibile ma, sullo stesso pianeta, Jeff Bezos raggiunge la cifra record di 200 miliardi di patrimonio personale mentre milioni di George Floyd muoiono asfissiati dal braccio armato delle polizia o da quello ancor più cinico della fame.
Ed allora, per dirla a là Minervini, che fare quando il mondo è in fiamme?
A dare una risposta a questo interrogativo ci sta provando già da un po’ Beyoncé, spinta dall’onda di quell’afrofuturismo improvvisamente tornato alla ribalta come antidoto all’acredine dei tempi.

Già con Lemonade infatti, l’ex Destiny’s Child aveva chiuso un visual album che sapeva parecchio di chiamata alle armi, zeppo com’era di collabs con gente tipo Kendrick Lamar, The Weekend o la chitarra blues di un nero mancato come Jack White. 

Ed allora l’ultimo Black is King è, se possibile, la definitiva chiusura del cerchio (della vita…) iniziato con Lemonade e proseguito con Homecoming su Netflix.
Perché l’occasione data da Disney+ di riscrivere in chiave esoterica il mito del Re Leone non poteva essere un qualcosa di slegato dalla realtà contingente.
La storia di Simba, nella riedizione psichedelica immaginata da Beyoncé, diventa quella di un re africano strappato dalla famiglia e lasciato alla mercé di un mondo che non sa più perdonare.

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L’estetica del lavoro è chiara sin da subito: ogni frame è gravido d’opulenza, di polveri stellari, di tinte animalier che ricalcano un passato mitico, ancestrale, locato in qualche regno tra la savana e l’Universo.

Siamo dalle parti di Sun Ra – per la costruzione di un immaginario afrofuturista ormai chiaro anche all’osservatore più sprovveduto – ma anche dalle stesse parti di Nina Simone e Aretha Franklin per l’afflato civile che prende l’intera operazione.   

L’intento politico anche in questo caso è esplicato dalla presenza su schermo dei vari Major Lazer, Pharrell Williams, Childish Gambino (il cui Guava Island sarebbe più che un semplice spunto di riflessione, in tal senso), che incorniciano album e lungometraggio entro i confini di un vero e proprio manifesto.

Certo però è che questo Black is King non potrà mai godere fino in fondo dello status di iniziativa che nasce dal basso per riscrivere le dinamiche di una società ancora a tinte bianche, maschie ed eterosessuali. Perché l’afrofuturismo disneyano, concepito per completare un catalogo in cui trovano spazio sottocategorie quali “Celebriamo insieme le black stories”, ad ora sembra più una scelta di campo per colmare le ultradecennali gaffe relative alle questioni di genere nei film più datati.
Ancora non siamo ai livelli di riscossa e ricostruzione dei paradigmi sbocciati intorno alla Tomorrow’s Warriors e agli ancestors di Shabaka Hutchings, ma con questo Black is King possiamo tirare già un primo respiro di sollievo.
Anche se il mondo continua ad essere in fiamme.

 

Titolo originale: id.
Regia: Beyoncé Knowles-Carter
Interpreti: Beyoncé Knowles-Carter, Folajomi Akinmurele, Connie Chiume, Jay-Z, Kelly Rowland
Distribuzione: Disney +
Durata: 85′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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