Black Panthers, di Agnès Varda

Girato nel 1968, il reportage prende le mosse dall’incarcerazione di Huey P. Newton, co-fondatore del movimento, per poi passare a una disamina dell’ideologia alla base del movimento. Su Mubi

È il 12 aprile 2021 quando un’agente spara al petto di Daunte Wright, fermato alla guida della sua macchina. Il ragazzo, poco più che ventenne, muore a una manciata di chilometri dal marciapiede dove un altro poliziotto ha ucciso George Floyd. L’assassinio ha ringalluzzito il fuoco delle proteste del movimento Black Lives Matter, che rappresenta il presente di un movimento emancipatorio storico, forse giunto in uno dei momenti di apice mediatico (basti pensare alla folgorante presenza della black culture alla scorsa edizione degli Oscar). Una delle tappe più importanti e radicali di questo percorso è sicuramente il Black Panthers Party.

Cosa vuol dire per un’europea bianca un movimento che ha come primo obiettivo ha quello di liberare gli afroamericani dal giogo razzista? È una domanda che probabilmente sarà balzata in testa ad Agnès Varda in quel ’68 statunitense che si ritrovava a vivere in prima persona, essendo in USA insieme al marito Jacques Demy. Proprio in quel periodo montava a Oakland la campagna “Free Huey” per la liberazione di Huey P. Newton, co-fondatore del Black Panthers Party. È questa la cornice del reportage di 28 minuti girato da Varda, restaurato nel 2013 da L’Immagine Ritrovata e visibile su Mubi in occasione dell’omaggio del Bergamo Film Meeting alla regista.

Non è un picnic qui a Oakland, né una festa. È un raduno politico organizzato dalle Black Panthers, attivisti neri che stanno preparando la loro rivoluzione”. Sono queste le prime parole di Varda che accompagnano canti, balli, discorsi e marce di militanti con la classica giacca berretto neri. Consapevole del peso di quell’ultima parola della frase d’apertura, Varda costruisce un flusso di immagini nel quale si alternano fonti diverse: stralci di discorsi provenienti dal raduno, interviste ai leader del movimento, compreso Newton stesso che descrive le dure condizioni a cui deve sottostare in carcere, e le fluide visioni cittadine tanto care alla Rive Gauche. Queste fonti sono fondamentali per lo straordinario lavoro di circoscrizione ideologica che la regista intraprende. Il focus è quello di capire e indagare la visione di mondo portata avanti dalle Black Panthers, più che descrivere il difficile contesto sociale nel quale vive la comunità nera, lasciato più all’intuizione guidata dalle parole di chi lo vive quotidianamente.

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Col proseguire del documentario, diventa chiaro come le rivendicazioni delle Black Panthers non fossero né esclusive né, tantomeno, sostenitrici di un possibile feticcio di mondo, perfetto di per sé e sporcato dalla discriminazione razziale. Bill Brant recita i dieci “What we want now!”, chiamando alle armi “neri, asiatici, indiani, radicali bianchi” per creare una società che tra privato e pubblico scelga di inseguire il comunitario. Kathleen Cleaver spiega il natural hair movement, come sia un collegamento con le proprie origini precoloniali e una spinta per accettare sé stessi. Le parole di comuni attivisti aiutano a capire come la lotta delle pantere fosse una difesa concreta dei corpi dei suoi militanti e una guerra ideologica a una struttura politica incapace di sostenere le loro richieste.

A più di cinquant’anni di distanza, Black Panthers continua a sollevare quesiti estremamente attuali oltre che rimanere un’importante testimonianza storica. Se una parte dello spirito sessantottino si è fatta brand, è nei movimenti black e LGBTQ+ che sopravvive il suo autentico animo rivoluzionario. L’ignava risposta dell’uomo bianco e occhialuto intervistato a fine documentario sembra addirittura suggerire che ci sia un terreno più fertile di allora. Si sa, però, che i migliori compagni dei suggerimenti sono i dubbi: tra le strade in fiamme di Minneapolis, oggi, c’è un’idea di mondo, di comunità, di futuro forte e ampia quanto quella di Oakland?

Disponibile su MUBI (gratis per 30 giorni accedendo da questo link)

 

Titolo originale: id.
Regia: Agnès Varda
Distribuzione: MUBI
Durata: 28′
Origine: Francia, USA 1968

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.3
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