Black Sea, di Kevin Macdonald

Non è poi così diverso dal Channing Tatum di The Eagle, il capitano Robinson di questo Black Sea. Se per Marcus Aquila il viaggio impossibile a nord, oltre il muro, era stato il gesto di rifiuto opposto a chi l’aveva dichiarato un soldato romano ormai finito, la navigazione nella pancia buia del Mar Nero intrapresa da Jude Law è l’ultimo atto di resistenza contro le epurazioni sommarie operate dal sistema. Il cinema Kevin Macdonald, con la sua ossessione per la Storia e l’oscurità delle sue pieghe, è da sempre abitato da spettri ritornanti, dai sopravvissuti di un mondo andato perduto, che rivendicano la propria persistenza. E un sopravvissuto è anche il Robinson di Jude Law, corpo smarrito dal presente, che gli si para davanti agli occhi come l’immagine dai riflessi sfocati e frammentati di un luogo al quale non appartiene più e dove il controcampo è solo una possibilità affettiva negata. Messo con le spalle al muro dalla Storia, che ha decretato la messa a morte della sua esistenza, a Robinson non resta che giocare fuori dalle regole, l’invisibilità come arma da rivolgere contro il sistema, senza neanche più un collegamento radio con la realtà là sopra, e immergersi, facendo un salto indietro nel tempo, in territori a lui più familiari, gli spazi ristretti del Black Widow, sottomarino sovietico figlio della Guerra Fredda, alla ricerca di quell’oro promesso da Stalin a Hitler, che dal 1941 giace sul fondo del Mar Nero.

Black-Sea 2Se il meccanismo narrativo ad alta tensione intorno al quale ruota Black Sea fa perno sul peso, sia fisico che emotivo, dei lingotti d’oro, esemplare a questo proposito è la magnifica scena del recupero del carico di oro, e sul conseguente gioco di pulsioni primordiali e avidità che, in un costante e incalzante crescendo, si consuma nella squadra, metà inglese, metà russa, di rifiuti sociali assoldata da Robinson, a spingere Jude Law ad inabissarsi sempre di più, senza riemergere, c’è anche qualcos’altro, la ricerca di un senso. Ed è proprio da qui, da un interrogativo esistenziale diventato il viaggio stesso, che Black Sea si apre su quella domanda, come può continuare il Cinema?, che torna a risuonare in ogni lavoro di Kevin Macdonald. “Black Sea è una storia d’avventura alla vecchia maniera” ci dice il regista scozzese mentre, non a caso, chiama in causa John Huston e Il tesoro della Sierra Madre. Sì perché, la strategia di resistenza messa in atto da Macdonald è quella di un Cinema che, rivisitando la sua Storia, riscopre ogni volta la centralità del corpo e dei suoi gesti. Come già era stato nel magnifico State of Play, film fatto prima di tutto di corpi che, proprio attraverso la loro collisione e il loro sfioramento, diventano capaci di dischiudere nelle immagini un’infinita e imprendibile serie di coni d’ombra, Kevin Macdonald, allo stesso modo di Baba, il tecnico sonar che disegna la rotta misurando il riverbero del suono, rimane in ascolto delle risonanze prodotte dai corpi nello scontro delle loro tensioni emotive e, restringendo il campo visivo di Black Sea, fino a confinarlo nei limitati spazi claustrofobici di un sottomarino, filma la relazione intensiva dei suoi personaggi, tra il sudore e il vecchio metallo arrugginito, per aprire un’immagine intima, in quella epica, della Storia.

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Titolo originale: id.

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Regia: Kevin Macdonald
Interpreti: Jude Law, Scoot McNairy, Ben Mendelsohn, Jodie Whittaker, Tobias Menzies
Distribuzione: Notorius Pictures
Durata: 115’
Origine: Gran Bretagna, 2014