Blog A COLPO D’OCCHIO – Immersioni

Ciò che caratterizza spesso i discorsi sulle nuove tecnologie dell’immagine, quelle capaci di costruire un mondo virtuale – dalla realtà aumentata al cinema a 360 gradi – è la compresenza di due termini chiave: Presenza e Immersione. La sensazione di essere “lì”, presenti mentre intorno a noi un mondo ha luogo, e la percezione di una immersione nell’ambiente artificiale a cui abbiamo accesso.

Presenza e immersione. Termini che ricorrono costantemente, ma che immediatamente ci riportano indietro nel tempo, ancora una volta ci fanno ripensare al cinema, ma non al cinema ipersensoriale del 3D, ma al cinema tout-court. Non si tratta di affermare che tutto è già contenuto nel cinema (la tentazione però c’è), quanto di mostrare per l’ennesima volta la capacità di senso che il cinema ha aperto e continua ad aprire nel pensiero. Una sorta di percorso genealogico, in cui l’immagine ha sempre parlato di ciò che può essere, più che di ciò che è.

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1934: Jean Vigo dirige, minando irreversibilmente il suo già fragile stato di salute, L’Atalante. Film unico, visionario, libero. Una sequenza rimane impressa nella mente, soprattutto per chi frequenta da anni un programma altrettanto unico e libero come Fuori Orario: la sequenza in cui il protagonista si getta nelle acque della Senna per ritrovare l’immagine della donna perduta. Se la sua effige si paleserà di fronte ai suoi occhi, mentre è immerso nelle acque fredde del fiume, allora il suo amore è salvo. Ecco allora, in una stupenda sovrimpressione, apparire l’immagine fluttuante di Dita Parlo, che come una ninfa sorride immersa nell’acqua. Immersa come immagine. Sequenza emblematica di una idea di immersione che non smette di agitare il cinema stesso. La capacità di mostrare il desiderio, la paura, le emozioni tutte come immersione in un mondo che vive e abita lo schermo, ma in cui noi non smettiamo di essere, non grazie ad un visore che elimina il mondo circostante, ma grazie alla nostra capacità di far vivere i fantasmi, nel senso puro, aristotelico del termine: i fantasmata come immagini mentali, la cui forza, la cui potenza sta proprio nel farci immergere nel mondo da loro creato.

2017: in una masterclass tenuta da Lucrecia Martel, una delle figure di punta del cinema argentino contemporaneo (basti pensare ad un altro film unico e libero, come Zama), si parla di questo. Strano incontro: anziché parlare subito di cinema, Martel comincia a descrivere l’importanza delle sensazioni visive, uditive e tattili alla base di ogni nostra esperienza, anche quotidiana. Descrive ad un certo punto un’immagine: pensate di essere immersi in una piscina, dice, di voltarvi e guardare il cielo dal fondo della piscina. Ecco, continua la regista, questa è l’esperienza del cinema. L’immersione che vi permette di avere esperienza del mondo mentre intorno a voi il mondo ordinario scompare. L’immersione implica un contenitore, un luogo entro il quale l’esperienza può darsi. Un contenitore dalla forma di parallelepipedo. L’esperienza è dunque quella di uno schermo, ma tutto può dirsi meno che tale schermo sia separato dal corpo di chi guarda, anzi. Nella sua masterclass Martel insiste sulla esperienza dell’immersione (visiva e sonora) come esito più alto del cinema e la lega ad un’altra parola chiave, quella di infezione. Ogni immersione è un’infezione, contagia e contamina, soprattutto connette con il mondo, umano e non.

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Ecco allora: tornando all’esperienza immersiva delle nuove tecnologie del virtuale, ciò che esse rivelano, al di là di ogni differenza, è che quella esperienza non solo ci consente di ripensare alla potenza del cinema, alla sua capacità di introdurre, nel secolo breve, una nuova pratica delle immagini (come nell’esperienza dello spettatore); ma anche alla sua capacità di dare forma e corpo ai fantasmi che vivono sullo schermo, a connetterci con essi, in una nuova declinazione della parola “immersione”, e con una nuova consapevolezza della parola “presenza”.

(questo articolo è stato pubblicato sul n.1 di Sentieriselvaggi21st)