Blog DIGIMON(DI) – L’industria culturale contro i suoi clienti/consumatori

Forse ci vorrebbe, sul serio, una “Wikileaks culturale”. E non è detto che non stia già arrivando qualcosa che sblocchi e rovesci questa incredibile controffensiva culturale che i grandi gruppi industriali, arroccati nel loro prezioso fortino, stanno lanciando contro la rete e le trasformazioni sociali che ha portato. E’ una battaglia di retroguardia, quella dell’industria culturale, un po’ come quella contro il multiculturalismo, destinata comunque a soccombere. Il problema è quando e che danni e macerie si porterà dietro.

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Ecco il nuovo Sentieriselvaggi21st #10: CYBERPUNK 2021, il futuro è arrivato

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Due notizie:

1. Pd e Pdl uniti nella lotta approvano in Parlamento una legge “bipartizan” che stabilisce un limite massimo del 15% per gli sconti che le librerie (tutte) possono praticare sul prezzo di copertina dei libri e permette esclusivamente agli editori di promuovere promozioni speciali con sconti fino al 20%. L’obiettivo dichiarato è quello di proteggere i piccoli librai (…), quello neanche troppo nascosto di attaccare i gruppi che hanno scelto da anni la rete come strategia commerciale (leggi Amazon) e che stanno operando con sconti aggressivi (per la felicità dei consumatori).

2. Finalmente arriva uno studio “ufficiale” (che sarebbe dovuto rimaner nascosto) che dichiara che non solo la pirateria non è vero che danneggi l’industria cinematografica (come tanti studi “minori” avevano già dimostrato, inascoltati dai grandi media), ma che anzi, addirittura, ha il potere di creare una sorta di consumatore affamato che, dopo aver assaggiato “rubando”, alla fine acquista e spende di più degli altri che non scaricano illegalmente.

La notizia che “La pirateria (forse) aiuta il cinema”, non è che sorprende poi tanto, quello che invece colpisce (e qui abbiamo bisogno dei dispacci di Wikileaks) è che l’industria cinematografica tedesca avrebbe commissionato lo studio, per provare che il sito aveva danneggiato le vendite. Ma lo studio ha dimostrato il contrario: gli utenti usavano il sito perlopiù per avere un’anteprima del film, che poi avrebbero acquistato o visto al cinema. Peccato pero’ che lo “Studio che è stato tenuto nascosto perché i committenti non hanno gradito i risultati.Quando si parla di committenti, si intendono le aziende dell’industria tedesca dei film” (fonte sito tedesco Telepolis).

Sull’altro fonte (libri) mi sembra molto lucido il post di Stefano Chiodi che, dopo aver analizzato le ragioni che stanno dietro alla nuova legge sui libri, conclude così: “I libri si difendono facendoli conoscere e circolare di più e meglio, e la difesa a oltranza di un modello che oltretutto vede i margini per editori e librai divorati dai costi di distribuzione e non certo da pericolosi sconti, non serve ad altro che a rinviare una crisi di fatto già in corso. Amazon non è certamente un modello di impresa sociale, ma ha determinato una trasformazione epocale nel modo con cui i libri si acquistano e si leggono, ha forzato il monopolio della distribuzione e in America, col suo Kindle, ha creato quasi da sola un vero mercato per gli e-book. Ha insomma allargato le possibilità di lettura e ha creato nuovi lettori. Accoglierne l’arrivo in Italia con una bordata protezionistica avrà solo l’effetto di ritardare le inevitabili conseguenze della transizione del libro a un modello misto carta/web e a mantenere in piedi ancora per qualche anno chi sfrutta la sua comoda rendita di posizione. A rimetterci sono gli acquirenti dei libri e dunque in ultima analisi tutti noi.”

Insomma come anche il caso del Decreto AGCOM dimostra, è in atto una battaglia, cruenta, tra le lobby dell’industria culturale, sostenute dalla politica de “la Casta”, e le nuove strategie e forme del consumo globale e digitale che la rete sta diffondendo. Non è una battaglia qualunque: è il primo grande conflitto del XXI secolo sui consumi culturali. Dove ci sono le vecchie industrie, incapaci di rimodellare il loro progetto di business sulle trasformazioni tecnologiche e sociali in atto, che provano in tutti i modi di limitare la libertà di commercio, con chiusure e barriere attraverso decreti legge. Dove non riescono con l’intelligenza e imprenditorialità provano con l’autorità della legge. Per cui limitazioni sul file sharing, limitazioni sugli sconti dei libri, attacchi contro le aziende che hanno fatto di Internet la piattaforma commerciale del “nuovo business”. In tutto questo i nostri politici, sì sia di destra che di sinistra, sono sfacciatamente uguali e pronti a difendere gli interessi non dei cittadini/utenti/consumatori, ma delle lobby dell’industria. La paura di veder finire il proprio business come Blockbuster (incapace di rimodellare il proprio modello di business) sta terrorizzando le grandi Industrie che, anche quando gli studi commissionati gli dimostrano il contrario, preferiscono continuare la battaglia retrograda contro il “consumo illegale”, pur di continuare a sostenere lo loro tesi (quelli sui danni della pirateria all’industria, del tutto fasulle) e, invece di investire sul cambiamento del modello di business (Google/YouTube, Apple, Amazon… non mancano i modelli per loro!), preferiscono investire sui politici e le loro leggi protezionistiche.

Domanda (e ribadisco, ci vorrebbero i dispacci di Wikileaks per conoscere quello che davvero si dicono i rappresentanti dell’industria): non è che la grandi aziende sanno bene quali sono le potenzialità dei “nuovi modelli di business” ma non ne accettano la libertà che la rete sembra portare con sè,  ovvero, quasi una bestemmia per chi vive e fa business nel mondo capitalistico, che sia proprio la “libera concorrenza” quella che sta maledettamente spaventando l’Industria Culturale”? Non è che hanno paura delle migliaia (milioni) di piccole aziende che possono nascere e già stanno sviluppandosi attraverso Internet?

Stiamo passando con la rivoluzione digitale in un “mondo commerciale” dove la domanda (posta da Giuseppe Granieri nel post “Vendere libri con l’aiuto dei pirati“) diventa: «È meglio vendere 100 copie senza che nessuna venga piratata», come scrive Ed Nawotka su Publishing Perspectives, «oppure 1000 copie con 9000 piratate?».

Se questo non è uno scenario nuovo e drammaticamente e gioiosamente dalla parte del consumatore…

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