Blog DIGIMON(DI) – Nessun futuro, nessun futuro per noi

Oggi i film e le serie migliori ci chiedono di identificarci con dei mostri. Li vediamo agire come mostri, ma proviamo empatia per loro. La moralità che ancora si cela dietro i corpi dei protagonisti di Her, Locke e All is lost, corpi appunto “resistenti”, che si aggrappano alla morale nel vano tentativo di ricostruire l’umano, svanisce – forse definitivamente – con l’arrivo di Devereaux, (Welcome to New York) e Frank Underwood  (House of Cards).

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«Un gran uomo una volta disse: Tutto riguarda il sesso. Tranne il sesso. Il sesso riguarda il potere».   Frank Underwood, House of Cards

“Nessuno vuole essere salvato”.   Devereaux, Welcome to New York

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Non ce la possiamo fare. Forse, davvero, Tutto è perduto. Quali altre trasformazioni deve subire, l’uomo del XXI secolo, per “stare al passo” con i cambiamenti culturali, che lui stesso, probabilmente involontariamente, ha spesso causato?  L’umano venuto via dal ‘900 non basta più, oppure, meglio ancora, era troppo. Certo è il secolo di grandi pensatori e rivoluzioni, di grandi cambiamenti e di una capacità di adattamento alla mutazione che sembravano rilanciare l’uomo (il maschio) come elemento centrale, affascinante e insostituibile del pianeta Terra. Sopravvissuto a due spaventose Guerre Mondiali, alla Coca Cola e alla Bomba Atomica. E il ‘68 poi, non aveva fatto altro che rilanciare con forza “il grande sogno” di un uomo capace di ricostruirsi totalmente, quasi dalle proprie stesse ceneri. Sopravvissuto alla nascita della “condizione giovanile”, e alle rivolte dei teenagers nei paesi ricchi occidentali, sopravvissuto al femminismo e alla messa in discussione dei ruoli nella società moderna, sopravvissuto alle rivolte coloniali, all’orgoglio black e a quello gay. L’uomo del ‘900 era un sopravvissuto a tutto, così forte e sicuro di se della propria capacità di autoconservazione (del potere?), da apparire, in alcuni momenti, invincibile, immortale.

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15 anni dopo il passaggio di secolo (e millennio) lo scenario appare già post-catastrofe. Gli “uomini forti” del 900 uno ad uno sono passati a miglior vita (ultimo, Nelson Mandela). Giorni fa è scomparso a 97 anni l’ultimo uomo dell’equipaggio che lanciò la bomba atomica su Hiroshima (senza alcun senso di colpa, ha sempre raccontato). Domani, presto, non ci sarà più neanche un reduce dal campo di Auschwitz.

L’uomo del 21° secolo, che ancora viene dal 900, è un uomo allo sbando. Moralmente e fisicamente. Quale che siano le scelte morali che compie queste gli si ritorcono contro e non creano alcun “valore aggiunto”, qualcosa di cui le generazioni successive potranno tenere per se, non tanto come ricorso, ma come esempio, vitalità, scelta civile e coraggio.

Il cinema e la tv sembrano raccontarci questo inesorabile e inevitabile declino. Ne abbiamo anche già parlato, da queste parti, dell’Ultimo umano possibile.  Film come Her, Gravity, Locke, Tir, All is Lost, Under the Skin. Mi autocito (scusandomi per il refrain): “Un salto indietro. Come se passassimo dall’era delle reti all’invenzione della stampa, o ancora più dietro a quella della scrittura. Un salto antropologico al contrario, per reinventare l’umano. Ma non è possibile. L’uomo del Novecento sembra destinato ad essere l’ultimo umano possibile, prima della “grande mutazione”.

Ma questo ultimo umano, mentre si manifesta con splendidi e discutibili capolavori cinematografici, sembra già essere pronto a dissolversi. La moralità che ancora si cela dietro i corpi dei protagonisti di Her, Locke e All is lost, corpi appunto “resistenti”, che si aggrappano alla morale nel vano tentativo di ricostruire l’umano, svanisce – forse definitivamente – con l’arrivo di Devereaux, (Welcome to New York) e Frank Underwood  (House of Cards).

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Frank Underwood (Kevin Spacey), il politico cinico della serie televisiva americana, tra le più crude e spietate di questa ultima stagione, è già oltre “il peccato”. Non ambisce al denaro ma al potere. Non ambisce al possesso fisico delle persone ma a quello psicologico del dominio. Tutta la sua vita, le sue giornate faticose, sono incentrate sulla “corruzione morale”, sulla messa in scena di un azione “politica” tutta indirizzata verso i suoi magnifici quanto miserabili fini di potere. Potere visibile ma “occulto”, perché Underwood preferisce stare una fila dietro a coloro che combattono in prima linea, che sono naturalmente il “bersaglio dei nemici”.  Ed ecco la sua azione quotidiana che si nutre di obiettivi da manipolare, uomini deboli e forti da gestire, donne in ruoli chiave da rendere innocue se non complici. Tutto il suo repertorio, di frasi ad effetto e azioni spietate, sono indirizzate verso l’obiettivo della “manipolazione del reale” ai propri fini. Anche se questo dovesse portarlo al gesto più estremo dell’uomo, l’omicidio. Ma in tutto questo Underwood, uomo brillante e di successo, deve attraversare dei campi fatti di sconfitte e tradimenti improvvisi. Si crede manipolatore e si scopre manipolato. E infine assolutamente incapace di prevedere le mosse delle due donne (la moglie e la giovane giornalista) apparentemente complici della sua vita.

Il suo cinismo, che rappresenta la sua forza, che ci dispiega direttamente parlando in faccia agli spettatori (“Dovete sapere che io odio i bambini!”), è la sua nuova forma di empatia: sono odioso e insopportabile ma il mondo di oggi è questo e per sopravvivere devi essere cosi, sembra dirci.

Non sappiamo ancora il sue destino nelle stagioni seguenti della serie, ma non sembra intravedersi, all’orizzonte, alcuna redenzione possibile.  Frank Underwood è destinato ad essere superato dal suo stesso metodo di sopravvivenza da squalo. Nessun futuro, nessun futuro (anche se diventerà Vicepresidente, nuovo ruolo per i sotterfugi di potere).

Devereaux (Gerard Depardieu), è l’ultima deriva possibile. Un personaggio che non ha neppure (bisogno di) un nome. Si occupa di finanza, quindi del grande potere economico. Qualcuno vorrebbe candidarlo a Presidente. Ma è un uomo prigioniero del suo stesso appetito sessuale. Prima di finire in carcere, accusato di aver aggredito sessualmente una cameriera, Devereaux lo vediamo passare da una camera all’altra di alberghi di lusso, per godersi dei festini in compagnia di donne ben pagate per assecondarne gli istinti animaleschi. Ma quella vita di godimenti immediati, fatta di sesso, alcool, dolci e altro, è già una prigione. Le camere d’albergo non sono poi così tanto diverse dalle celle che per un po’ dovrà frequentare così come dagli arresti domiciliari cui finirà condannato. Devereaux non ha più niente, dell’umano possibile, da essere salvato. Non vuole essere salvato, sa bene che non c’è alcuna redenzione per lui. Si aggrappa al potere per godere della propria malattia. Consapevole di questo suo peccato insaziabile. Consapevole del baratro. Consapevole della fine.

Oggi i film e le serie migliori ci chiedono di identificarci con dei mostri. Li vediamo agire come mostri, ma proviamo empatia per loro. Proviamo persino le loro sofferenze, mentre li vediamo causarne tante ad altri, sicuramente “più innocenti” di loro. Non c’è bisogno di arrivare all’Apes Revolution, per capire, facilmente, che i mostri siamo noi. E non manca più di tanto tempo perché la Storia possa finalmente fare a meno dell’Uomo, almeno quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi. Nessun futuro, nessun futuro, per noi.

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