Blog DIGIMON(DI) – Netflix, o della mutazione avvenuta del consumo di cinema

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Netflix è il paradigma della fine della centralità dello schermo cinematografico, dello schermo unico: il film si consuma su una molteplicità di schermi, in luoghi e contesti diversi (e modalità diverse). E’ lo spettatore, le sue rinnovate capacità di scelta dei modi, tempi e luoghi del consumo, al centro di questa nuova prospettiva. Il consumatore ha, forse, finalmente, preso il comando della fabbrica delle illusioni…

Tra gli elementi più interessanti della visione della Serie TV The Knick (di cui SSMagazine si è occupata nel n.15), spicca la rappresentazione dello “scarto”, culturale, economico, sociale, ma soprattutto di immaginario, che l’avvento delle nuove tecnologie provocava agli inizi del XX secolo.theknick_xray La metafora dell’ospedale “avanzato” come luogo di trasmissione del sapere tecnologico finalizzati alla salute delle persone, in una New York che cambiava pelle quotidianamente con l’arrivo di migliaia di immigrati europei e non, gioca sul terreno dell’immaginario collettivo di un’epoca: il mondo stava cambiando, rapidissimamente. I raggi X (e il cinema!) erano da poco stati inventati, e le prime automobili cominciavano a sfrecciare per le strade, magari rompendosi in continuazione e suscitando l’ironia dei guidatori delle “vecchie” e affidabili carrozze a cavallo (episodio della seconda serie). Da un lato le nuove generazioni, anche dei figli dei magnati ansiosi di differenziare gli investimenti, per esempio nel nuovo progetto di metropolitana cittadina (la tecnologia più avanzata per la mobilità collettiva, “primitivo” esempio di rete sociale diffusa ed egualitaria), dall’altro gli uomini del XIX secolo, che avevano costruito le loro fortune sulla “società del vapore”, sulla fabbrica non ancora automatizzata dal taylorismo. Stava nascendo, in quegli anni l’era della velocità, del capitalismo aggressivo e tecnologico che, dopo la Grande Guerra (tecnologia sperimentale per un massacro di massa epocale), avrebbe radicalmente mutato le società. La tecnologia cambiava i nostri corpi.

In ogni era ci sono sempre gli innovatori e i conservatori. Un tempo chi si occupava di cultura, per apertura mentale, abitudine sociale, capacità cognitiva, apparteneva quasi sempre, comunque molto spesso, alla prima categoria. Ma questo conflitto tra vecchio e nuovo esiste da sempre, persino catalogato dai vecchi saggi nelle diatribe tra apocalittici e integrati. Ma i cambiamenti avanzano, inesorabili. E a volte resistere non è la forma migliore per combattere le trasformazioni che ci piacciono di meno.

post francesco bruniCome scrive Francesco Bruni, nel post che ha pubblicato su Facebook, all’indomani dell’arrivo della piattaforma Netflix, in Italia, stiamo diventando vecchi.

E’ una considerazione amara, soprattutto perché fatta dal Presidente dell’Associazione 100 autori, tra le più attive in Italia per rilanciare il cinema italiano (e da un regista che nelle sue opere non ha mancato di lavorare sulle “differenze” generazionali con una certa acutezza).

Già, ma perché stiamo diventando vecchi? Cosa è accaduto che non stiamo riuscendo a fermare?

Ed ha senso porsi oggi nell’ottica resistenziale all’innovazione economica (e culturale) che i cambiamenti tecnologici stanno imponendo?

Sembra sfuggirci, come accecati dalla nostra storia, dalle nostre passioni viscerali, l’epocale passaggio, appunto tecnologico, dalla scarsità del bene (cinema) all’abbondanza della sua disponibilità, quella così ben descritta non ieri, ma addirittura nel 2000 nel saggio di Jeremy Rifkin L’era dell’accesso, La rivoluzione della new economyin cui con lucidità e forse facile premonizione prefigurava, esattamente cento anni dopo l’era di The Knick, questo passaggio da un economia basata sul possesso fisico dei beni a un’altra che invece si basa sulla disponibilità e accessibilità in qualunque luogo o momento degli stessi. DCPTutto questo scenario è certamente favorito anche dalla smaterializzazione di molti beni in commercio, e da questo punto di vista il cinema va sempre più smaterializzandosi, e già ora facciamo fatica a “visualizzarlo” fisicamente, essendo nascosto (imprigionato?) dentro la scatola del DCP, o nei flussi della banda larga, togliendolo pertanto dalla mitologia magnifica della pellicola, la sua tattilità e consistenza che per oltre un secolo ha fatto appassionare registi e cinefili di tutto il mondo.

Che succede, o meglio cosa è successo, al cinema?

E’ accaduto che la riproducibilità di massa dell’opera d’arte ha favorito la “pirateria” (o più correttamente la “filosofia della condivisione”), attraverso un sistema più avanzato di distribuzione del bene. E mentre le industrie (e gli autori) si sono trincerati dietro ai convegni sulla pirateria e sulle tasse per l’equo compenso (facendoci pagare anche le copie che non facciamo o non possiamo fare…), altre realtà, sul modello lanciato per rilanciare al morente industria musicale di iTunes prima e Spotify e altri dopo, hanno cominciato a proporre sul mercato un diverso modo di consumare il cinema e la televisione. Improvvisamente la logica delle “windows” (prima la sala, poi l’home video, poi le tv, ecc..) e del palinsesto (giorno e orario prefissato per la proiezione televisiva) per gli spettatori – deciso in un ufficio dai potenti delle televisioni – diventa il passato, da dimenticare in fretta.

Fine della centralità dello schermo cinematografico, dello schermo unico, il film si consuma su una molteplicità di schermi, in luoghi e contesti diversi (e modalità diverse). E’ lo spettatore, le sue rinnovate capacità di scelta dei modi, tempi e luoghi del consumo, al centro di questa nuova prospettiva. Il consumatore ha, forse, finalmente, preso il comando della fabbrica delle illusioni…

E’ un rovesciamento culturale clamoroso, per certi versi rivoluzionario. La fabbrica del cinema e della televisione non solo non muore, ma ha bisogno semmai sempre più di prodotti audiovisivi nuovi e possibilmente innovativi. E, incredibilmente, c’è spazio per tutti. Nella grande videoteca banca dati di Netflix troviamo sia il vecchio “blockbuster” che il cinema d’autore, la serie più avanzata e quella più nostalgica. Cosa guida Netflix (che, intendiamoci, è solo un paradigma di questa mutazione) nella sua proposta? Le scelte dello spettatore. Le scelte del consumatore. Che sono e saranno sempre più differenziate e personalizzate, e infatti la home page di Netflix non è uguale per tutti, ognuno ha la sua, personalizzata per i propri gusti e percorsi.Screenshot 2015-11-03 13.55.46

Questa centralità dello spettatore, o meglio ancora delle pratiche del consumo, mette paura. Perché sconvolge le pratiche sociali e culturali su cui si è fondato un secolo di cinema e (un po’ meno) di televisione, che hanno visto nello spettatore la fine del ciclo produttivo e non, magicamente, l’inizio…

E quindi oggi ci troviamo un’intera generazione di operatori culturali (e politici…) assolutamente incapace di cogliere le grandi potenzialità, culturali, economiche, narrative, che questa mutazione ormai avvenuta nei consumi culturali produce.

Ed ecco che i Festival di Cinema, che sono (ri)nati negli anni ‘60 e ‘70 per rinnovare il cinema e rilanciare sguardi e punti di vista differenti, da punta avanzata del rinnovamento culturale che erano negli anni ‘80 e ‘90, sono oggi diventati – i migliori? – dei magnifici musei, luoghi di culto, quasi religioso, delle pratiche antiche del cinema del ‘900. Anche se poi non sanno resistere (meravigliosi anticorpi presenti anche nell’invecchiamento culturale di un bravo ed esperto direttore di Festival come Alberto Barbera) all’attrazione perversa che questo cambiamento induce Beasts-of-No-Nation-final-trailer-700x292(ed ecco a Venezia proiettare, quasi paradossalmente, Beasts of no Nation, di Cary Fukunaga, film prodotto da Netflix che lo fa uscire direttamente in rete – dove sta avendo un grandissimo successo (che non si misura più in biglietti, ma in abbonati che lo vedono) – e anche contemporaneamente in un circuito privilegiato di sale cinematografiche; ma anche il magnifico Sokurov di Francofonia, forse l’unico cineasta contemporaneo talmente conscio di questa “museificazione” del cinema, da farne il proprio fulcro vitale di elaborazione di un immaginario collettivo che proprio nella forma museo può trovare la sua “nuova” vita, il suo nuovo sguardo (ma volando in avanti, guardando indietro…ricordate l’Angelus Novus di Paul Klee, si?).

Insomma i Festival (e le Feste?…) guardano al passato con nostalgia mentre nelle sale cinematografiche è un continuo rilanciare dei “grandi” film del passato, con operazioni/evento di recupero marketing che sconvolgono i parametri critici di un tempo (e i capolavori di oggi recuperati, non lo erano per i critici del tempo, né Ritorno al futuro, né FantozziAmici miei o Ricomincio da tre…).

E allora ci troviamo di fronte da un lato un movimento di resistenza culturale, che prova a far rivivere nei Festival l’esperienza “antica” della visione – unica, a centralità di schermo – del cinema. Mentre dall’altra parte si muove un mondo multischermi e multipiattaforme, che, come detto, sposta la centralità dello schermo e la riconverte nella centralità del corpo dello spettatore.

Si, è vero: lo spettatore giovane di oggi è “multitasking” (multischermo), e spesso impaziente. Forse anche preso dalla “bulimia delle immagini”. Ma è uno spettatore che sta sperimentando in poco tempo sul proprio corpo pratiche della visione che le generazioni passate sperimentavano in decenni, se non in una vita intera.

E arriviamo al punto che nel documentario di Toni D’Angelo, Filmstudio mon amour (magnifica storia di quello che abbiamo potuto vedere in 30 anni di cineclub e quindi storie alternativa del cinema italiano e non solo – ma contemporaneamente incredibile occasione, ennesima, mancata, di raccontare di quella generazione che faceva cinema “facendo vedere i film”, cercandoli trovandoli e proiettandoli nei luoghi più disparati – e solo un grave smarrimento culturale può aver indotto l’autore a non citare Enzo Ungari e Renato Nicolini, in un doc sulla generazione dei cineclub italiani…), ci ritroviamo con alcuni dei rappresentanti della “rivoluzione culturale” di un tempo, che oggi sono dei signori anziani che hanno la nostalgia del tempo che fu. Il buon Nanni Moretti con la sua nostalgia del cinema nella sala cinematografica, fino al santone Goffredo Fofi che attacca le nuove generazioni che non devono fare alcuna fatica per cercare e trovarsi i film da vedere, e pertanto sono indotti a una sorta di pigrizia culturale e dello sguardo. Come se ogni generazione non avesse la sua prospettiva di ricerca diversa (cambiano metodi e parametri, quanti sanno davvero trovare i film e altri sui torrent?), e se un tempo la ricerca era nella “scarsità” di beni, oggi la ricerca è più complessa nella incredibile “abbondanza” di film, serie tv, webseries e altro che è disponibile per le nuove generazioni.

augmented_reality_cinema_70Oggi la visione dei film delle nuove generazioni passa attraverso altri canali, e le ricerche ci raccontano che il dispositivo più usato per la visione dei film è lo smartphone (ben il 79,4%!)

Insomma, possibile che gli intellettuali nostrani siano sempre più arretrati dell’industria (americana)?

netflix-fest-Se nostri Festival perdono la loro centralità innovativa, rinchiudendosi dentro pratiche della visione che stanno diventando museali, Netflix propone un Festival espanso, dove gli schermi sono dappertutto, e sperimenta la visione “virtuale”, dove ogni spettatore può avere la sua “sala cinematografica virtuale personalizzata”.

E mentre Google lancia il suo progetto di rete con AMP (Accelerated Mobile Pages) che ci permetterà dappertutto di usufruire di pagine web velocissime, noi siamo qui a ragionare sul “tempo della scelta, il piccolo sforzo della ricerca, ma anche il tempo della metabolizzazione, della riflessione, dell’affetto persino”.

Oggi la scelta, la ricerca, la riflessione viaggia attraverso forme di metabolizzazione molto diversa dal passato. Quanto agli affetti, forse possiamo tenerli, con la tecnologia, molto più vicini, anche quando sono, perché la vita è così, maledettamente lontani.

E, a proposito di arte e nuove tecnologie, ecco cosa dice Quentin Tarantino, in una recente intervista…

Tarantino su tecnologia

Non abbiamo bisogno della tecnologia, per la poesia.

Come se la penna non fosse, essa stessa, tecnologia.

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