Blog GUERRE DI RETE – Assange a rischio estradizione

L’appuntamento con la newsletter di notizie cyber di Carola Frediani si concentra sulle recenti novità giudiziarie contro il giornalista.

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Guerre di Rete – una newsletter di notizie cyber
a cura di Carola Frediani
N.119 – 12 dicembre 2021

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Estradizione più vicina
Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, potrebbe essere estradato dall’UK negli Stati Uniti. È infatti stato accolto il ricorso del governo americano contro la precedente decisione della giudice distrettuale, Vanessa Baraitser, di non concedere l’estradizione a causa del rischio concreto di suicidio. La nuova decisione non significa che verrà estradato automaticamente. Il caso tornerà infatti a una corte minore, la Westminster Magistrates’ Court, dove un giudice distrettuale dovrebbe inviarlo alla ministra dell’Interno, la conservatrice Priti Patel (BBC). I legali di Assange però “potranno fare appello alla Corte Suprema del Regno Unito” (Valigia Blu). Nei prossimi mesi ci sono dunque ancora alcune strade legali da percorrere, spiega il GuardianMa certo ora l’opzione estradizione è sul tavolo e più vicina.

“La sentenza odierna va infatti a legittimare ancora una volta la linea dell’accusa – scrive Philip Di Salvo su Domani (paywall) – quanto pubblicato da WikiLeaks tra il 2010 e il 2011 con la divulgazione dei documenti sulle guerre in Afghanistan, Iraq e con il Cablegate, non è giornalismo nell’interesse pubblico, ma spionaggio e hacking: è questa infatti, la sostanza dei 17 capi di accusa che Assange si vede imputare negli Stati Uniti. Assange potrà essere estradato negli Usa per affrontare un processo e, qualora fosse condannato, potrebbe scontare una pena fino a 175 anni di detenzione. Da anni tutte le più importanti organizzazioni che si occupano di diritti umani e libertà di stampa denunciano, inascoltate, la pericolosità del caso Assange le possibili ricadute profondissime sui diritti dell’imputato e su casi simili futuri, oltre che per il giornalismo nel complesso”.

Su cosa si è deciso
A gennaio la giustizia britannica aveva escluso l’estradizione di Assange sulla base delle sue condizioni di salute e del rischio che una detenzione negli Stati Uniti fosse oppressiva. Per cui nelle udienze di appello il governo americano ha cercato di fornire rassicurazioni al riguardo.
Le rassicurazioni date, e accolte ora dal tribunale, sono le seguenti: che Assange non verrà soggetto a speciali misure restrittive (SAMs) prima e dopo il processo, o non verrà imprigionato in una prigione di massima sicurezza (ADX), “a meno che non faccia qualcosa successivamente all’offerta di queste assicurazioni che ricada nei requisiti per l’imposizione di misure SAM o la designazione a una ADX”.
Il governo Usa avrebbe anche assicurato di fornire il consenso a un trasferimento post condanna in una prigione australiana se richiesto da Assange, quando l’Australia darà il suo consenso (a questo proposito, va detto che l’Australia sul caso ha in questo momento un atteggiamento poco proattivo e sembra semmai tirarsene fuori). Infine gli americani hanno assicurato l’accesso a trattamenti medici o psicologici.

Invano la difesa di Assange ha argomentato che queste offerte sono tardive, condizionate, e lasciano aperta la possibilità che il fondatore di Wikileaks possa essere comunque soggetto a quelle misure. Ma soprattutto che l’estradizione negli Usa sarebbe oppressiva indipendentemente dal rischio di finire in una prigione di massima sicurezza.
(qui trovate la decisionecompleta e in breve).

E invano i sostenitori di Assange hanno fatto notare che, come raccontato due mesi fa in una inchiesta di Yahoo News!, il fondatore di Wikileaks fosse nel mirino dell’intelligence statunitense, che aveva formulato un piano per rapirlo o assassinarlo nell’ambasciata dell’Ecuador di Londra. Inchiesta che la difesa di Assange ha fatto acquisire agli atti, ha commentato al Fatto la giornalista Stefania Maurizi, autrice del libro Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks.
Rivelazioni che rendono “una farsa” queste garanzie, scrive l’importante emittente tedesca Deutsche Welle, che chiede agli americani di lasciar cadere le accuse, ricordando come questa vicenda sia osservata attentamente dai regimi autoritari.
Organizzazioni per i diritti umani e la libertà di stampa come ACLU, Amnesty International (disclosure: lavoro per questa organizzazione), Human Rights Watch, Knight First Amendment Institute, Committee to Protect Journalists, e Reporters Without Borders sono schierate a favore di Assange.

Ricordiamo, come scriveva qualche tempo fa Valigia Blu, che “Assange non è accusato di aver rubato informazioni classificate. E sebbene sia incriminato ai sensi del famigerato Espionage Act del 1917, non è accusato di alcuna collusione con una potenza straniera”.
E ancora nulla c’entrano la Russia, o gli attacchi ai democratici del 2016 da parte dell’intelligence di Mosca con conseguenti leaks finiti (anche) su Wikileaks. No.
“I 17 capi di accusa ai sensi dell’Espionage Act derivano dal ruolo di Assange nel 2010-2011 nella pubblicazione di centinaia di migliaia di documenti militari e diplomatici classificati, che sono stati dati a WikiLeaks”, scriveva ancora Valigia Blu. Documenti che hanno prodotto importanti scoop giornalistici. C’è anche una ulteriore accusa di “cospirazione per commettere un’intrusione informatica”. Un’accusa, quest’ultima, che non riguarda un crimine informatico realmente avvenuto.
In quanto ai documenti vale la pena ribadire che ne hanno scritto media di tutto il mondo, senza contare le stesse partnership fra Wikileaks e quotidiani come il Guardian o il New York Times. Qui trovate la lista dei media che hanno collaborato con Assange e Wikileaks.
Come scriveva Fabio Chiusi tempo fa “l’accusa, in conclusione, è chiara. Assange sarebbe colpevole di avere “cospirato per ottenere, ricevere e diffondere informazioni sulla sicurezza nazionale”, ma l’accusa finisce con l’includere e criminalizzare prassi che “descrivono comuni pratiche giornalistiche oggi come lo facevano allora”.

Nelle mie precedenti newsletter avevo analizzato in dettaglio gli atti d’accusa americani, a partire da questa del giugno 2020; e questa nel 2019.

 

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