Blog NET NEUTRALITY. C’è vita su Blob?

Ma perché chiamarlo buco nero? È sempre un corpo celeste, un campo gravitazionale così intenso da non lasciar sfuggire alcunché, nemmeno la luce. Quindi ha tanta luce nel cuore e, in fondo, se lo conoscessimo meglio, se trovassimo la chiave di accesso, il modo di avvicinare e condividere il suo orizzonte, potrebbero aprirsi ai nostri miseri occhi, eventi spaziotempo, tali da regalare tanta forza antimaterica per condurci verso l’infinito. Cosa importa se la foto non è una vera foto, se quella stessa foto non è propriamente del secolo, come si va propagandando, l’importante oggi è comunicare e comunicare fa male. Tutta la comunicazione è pubblicità, se non è amore. Ne sa qualcosa Julian Assange, colui che denuncia il lato oscuro del potere, un eroe per Grillo e Freccero.

Julian Assange, arrestato pochi giorni fa, avrebbe potuto essere l’autore di questa foto, big data che promette libertà, ma simboleggia il massimo strumento di persuasione occulta. Julian Assange è rimasto per sette anni chiuso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, un appartamento di 300 metri quadrati pieno di telecamere di sorveglianza e condiviso con difficoltà con lo staff della sicurezza, sgranchendosi le gambe in boxer su uno skateboard. In un buco, come la rete, far sopravvivere, sotto forma di spettro digitale, l’identità personale alla morte di chi l’ha incaricata nel corso della vita, dare la possibilità a tutti di comunicare con il futuro continuando, al tempo stesso, a imparare e a evolversi, creare un mondo in cui gli uomini sono integrati e sostituiti dagli ologrammi. Il mondo, ormai, è come se fosse percorso da un fiume che è il mondo stesso, e assistesse al suo stesso scorrere dentro di sé.

È difficile concepire il mondo senza l’immagine di esso, un’inarrestabile gelatina minacciosa che digerisce tutta la nostra storia, trent’anni di riciclaggio. Ora in qualche modo sappiamo che il mondo nasce da un accumulo di immagine. È immagine-luce concentrata in materia. Quindi perché chiamarlo buco nero? Vedere un diluvio di immagini, rivederle tutte insieme, direi che ci fa entrare soprattutto dentro il luogo dove non si può entrare. Questa foto, non foto, è una scissione del mondo tra il mondo e le proprie immagini, è una scissione in parte non vera, le immagini fanno assolutamente parte del mondo, e insieme hanno questo potere misterioso di illuderci di rappresentarlo, di dircene qualcosa. Non c’è un vuoto, possiamo allargarci, possiamo entrare dentro questi “neri”, possiamo capire che l’immagine comunque non esaurisce, e che l’immagine non solo è dentro il mondo, ma è anche un’uscita, un fuori dal mondo. Un mondo che da questo punto ci si fa capire come totalmente virtuale, nel senso che la vita stessa è virtuale.

È come se Blob ammettesse di non essere quella cosa che a volte è troppo già adesso. Allora si vede, l’immagine è estremamente elaborata: si stira, si perde quella flagranza, si rallenta, si velocizza, si gioca… ecco, quello probabilmente non è comico: è troppo artistico, è troppo giocato… blob non fa satira, si satura automaticamente in partenza, come il buco nero dell’informazione. Come il buco nero che in questi giorni mi capita di riconoscere (forse) più nei palazzetti dell’NBA ai playoff, in cui un piccolo spazio piano, luminoso e infiammabile, circondato dall’orizzonte degli eventi buio e rumoroso, ci sono al centro due buchi neri d’Africa, il camerunense Joel Embiid, il greco, di origini nigeriane, Giannis Antetokounmpo. Giganti anonimi, giganti terrorizzati, che producono ciò che noi chiamiamo arte per placare la demonicità che li insidia. Perché il mondo africano non ama né il principio di identità né il principio di contraddizione. Il sasso, la bestia, il buco confluiscono in una invenzione del mondo che non rinuncia mai alla propria terribilità.