Blog NET NEUTRALITY – Frederick Wiseman e il mistero profondo del visivo
Mancherà di Frederick Wiseman la leggerezza, la verità delle immagini, nei luoghi stretti, austeri, affollati e discretamente poetici. Mancherà soprattutto il suo cinema prestato allo sguardo
Mancherà di Frederick Wiseman la leggerezza, a suggerire sempre uno stare sopra, sempre oltre, in obliquo. Ecco un’altra illusione del suo cinema: l’apparente e ingannevole frontalità, l’ossessiva ricerca del punto nevralgico da cui inquadrare. Niente di più forviante: siamo dinanzi invece al sovrannaturale di chi è leggero e che opera quello scarto ineguagliabile per cui non si riconosce alcuna realtà alle altre misure temporali, non al passato ma neanche al futuro. Wiseman ci cattura, predati dall’illusione di vivere in un eterno oggi, nutrito di qualunque altra dimensione della durata. Tra i più grandi documentaristi di sempre, senza alcun dubbio, con rarissime escursioni fiction. A 96 anni ci lascia un avvocato interrotto, che a strappi e folgorazioni ha disseminato di capolavori il suo cammino. Non guardava in macchina, lo faceva per lui l’operatore, perché sceglieva di guardare la realtà senza filtri. L’ascolto delle immagini poneva dinanzi a tutto, la visione così si faceva da parte, o meglio, giungeva in seconda battuta: da molto tempo ormai sulla Terra vi è la facoltà di parlare, ma tre quarti di ciò che si dice passa inosservato .
Wiseman coglieva appunto i casi puri dell’espressione. Il suo cinema, prestato allo sguardo, giungeva all’apice segnando senza ambiguità avvenimenti, situazioni , idee e rapporti. Leggero e agile all’interno di luoghi stretti, austeri, affollati, discretamente presente. Il mondo d Wiseman era per come si presentava davanti alla mdp, per come accadeva davanti alla mdp e non per come era. Questo è il motivo per cui trascorreva poco tempo nei posti dove girava, non risparmiando però tonnellate di girato. L’osservazione maieutica è qui: non ci spiegava il mondo, semplicemente ci lasciava goderlo. Le assenze erano potenze: senza voci narranti, senza musiche diegetiche, senza interviste, rifiuto dello sguardo in macchina, tutto per renderci partecipi alla creazione di un senso. In un certo senso il cinema di Wiseman aveva bisogno solo di se stesso, le immagini suscitavano altre immagini, quelle stesse immagini riempivano così esattamente il nostro spirito che non lasciavano un angolo vuoto per pensieri estremamente puri. È una legge dello spirito quello di trovare soprattutto ciò che non aveva cercato.
Quello stesso flusso di immagini incessante si annullava come rumore, ci consegnava in pieno a ciò che voleva dire e, se rispondeva ancora con altre immagini, lo faceva quasi senza volerlo. Pensavamo alle immagini come parole, non più di quanto pensavamo alla mano che stiamo stringendo: non sarà un insieme di ossa e di carne, ma sarà soltanto la presenza stessa dell’altro. Il cinema sarà fatto di bagliori sensibili a che li vede, nascosti a chi li guarda. Ma il mistero del cinema ci condannerebbe al silenzio? Se il cinema è paragonabile a quel punto dell’occhio che ci fa vedere ogni cosa, esso evidentemente non saprebbe vedere se stesso e non lo si potrebbe osservare. Se si sottrae a chi lo cerca e si offre a chi lo aveva rifiutato, non lo si può affrontare e non rimane che pensarlo di sbieco, mimare o manifestare il suo mistero. È proprio in questo istante che Wiseman ci rivelava il mistero: la verità non era adeguazione ma anticipazione, ripresa, slittamento di senso che si attinge solo in una sorta di distanza. Il pensiero del cinema non era percepito, la coscienza non era la percezione, la parola non era un gesto fra tutti i gesti; la parola cinema era il veicolo del nostro movimento verso la verità, così come il corpo era il veicolo dell’essere al mondo.






















