Blog NET NEUTRALITY. Ma chi sei? Niki Lauda?

“Non ho mai voluto ricorrere alla chirurgia plastica per ricostruire la mia faccia, dopo l’incidente del 1976, perché ho sempre pensato non fosse una pratica da uomini…”, “nella mia vita ho avuto tante donne, nessuna mi ha fatto davvero perdere la testa e le corse sono sempre venute prima del sesso…”. Potrebbero bastare per riconoscere il personaggio, morto qualche giorno fa a 70 anni per insufficienza renale, ma potrebbero di contro mandarci fuori strada, fuori strada come quella Ferrari in fiamme al Gran Premio di Germania di Nurburgring, che ha segnato ineluttabilmente l’esistenza. Tre volte campione del mondo, da sempre nell’immaginario collettivo il non plus ultra dei piloti, il suo nome primo ad essere evocato per una prodezza o un azzardo al volante: “Ma chi sei? Niki Lauda?”. Niki Lauda il più grande pilota meno amato del circuito, uomo/macchina capace di fluidificare nell’ingranaggio/macchina, esemplare unico, forse il primo dell’era moderna che mi fa pensare ai Pink Floyd, non so ancora il perché, forse perché è la più grande band superata dal sound moderno, superata dai tempi, surclassata dalla terribile e spasmodica velocità della macchina/sound, ma sempre terribilmente necessaria. Poi però in Rush di Ron Howard, ci sono almeno due scene emblematiche che lasciano salire il rombo di the Sound of Silence: due piedi nudi che simulano il movimento sincrono di frizione/freno, come quel “balletto” in The Million Dollar Baby di Hilary Swank, tra i tavoli del ristorante in cui fa la cameriera; seconda, la frenetica corsa nelle campagne modenesi su una Peugeot anni ’70, sotto gli occhi increduli dei passeggeri, ignari di chi fosse al volante, perché il mito era ancora agli albori.

Da quel giorno in poi, chiunque si fosse “esibito” su quattro ruote, in una pista o nel parcheggio al centro commerciale, si sarebbe sentito rivolgere la stessa domanda: “Ma chi sei? Niki Lauda?”. Ma da quel giorno, probabilmente è cominciato anche il declino, o meglio, la ridefinizione tra uomo e macchina. Da quel giorno la nostra idea sui limiti dell’automazione in realtà è diventata più che altro una sorta di finzione. Non siamo poi così speciali come crediamo. Se la distinzione fra conoscenza tacita ed esplicita resta utile nell’ambito della psicologia umana, ha però perso molta della sua rilevanza nel dibattito sull’automazione. Tutti quelli che hanno corso e che corrono in macchina hanno questa consapevolezza: quando si vince, il 30 per cento di merito va alla macchina, il 40 per cento al pilota, il restante 30 per cento alla fortuna”. Ecco il punto, su Niki Lauda si potrebbe raccontare una storia parallela magari, quella dell’apprendista divenuto presto Cavaliere Jedi, ma che dopo l’incidente nulla sarà come prima, il lato oscuro della forza sembra presto impadronirsi del suo corpo e la sua anima, fino a prendere le sembianze dell’Imperatore Palpatine. Ma questa è tutta un’altra storia, troppo complicata e totalmente inaccessibile. In realtà, Niki Lauda è sempre stato lo stesso, chiaroscuro, freddo e impassibile, un po’ come i sofisticati software sulle moderne macchine da corsa, veri e propri paraurti fra l’uomo e la strada.

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C’è chi adora le macchine tecno perché sono belle, e le apprezza per la potenza che conferiscono; c’è chi invece le odia perché sono brutte, e le avversa perché impongono una schiavitù. Niki Lauda non è mai stato un’appendice vivente di un meccanismo morto, per dirla alla Karl Marx… è stato, piuttosto, uno dei massimi rappresentanti dell’Alleanza Ribelle (per ritornare a quell’assurda storia parallela…), pur se consapevole, in fondo, che la tecnologia cambia e lo fa più rapidamente di quanto non lo facciano gli esseri umani. Mentre la tecnologia corre avanti al passo della Legge di Moore, le nostre abilità innate procedono lentamente con l’andatura da tartaruga della Legge di Darwin. Questo non significa che le macchine stiano per lasciarci alle spalle nella polvere dell’evoluzione, ma certamente significa che sono la nostra guida e troveranno modi sempre nuovi per superarci. Niki Lauda fosse stato al posto di Sully, “colpevole” di ammaraggio nel fiume Hudson, riuscendo a salvare 155 passeggeri, cosa avrebbe fatto? Avrebbe provato a raggiungere aeroporti più vicini, secondo quanto sostenuto dalle simulazioni algoritmiche di volo? O si sarebbe lasciato guidare dall’istinto, seguendo la strada più rischiosa? Una macchina fondamentalmente instabile, come un “cavallo stizzito”, permette al pilota, all’uomo, di avere maggiore autonomia e libertà. La manovrabilità è più determinante della stabilità, come per gli assetti sociali e politici. Ancor prima di una scelta ingegneristica, si tratta di fare sempre una scelta etica: rendere la macchina remissiva a chi la manovra, uno strumento del talento e della volontà umane. Parafrasando Don DeLillo, questa sarebbe la ragione d’essere dell’uomo/macchina Niki Lauda, prototipo della contemporaneità e stremo difensore degli ultimi baluardi d’umanità: da una parte produce fame di immortalità, dall’altra minaccia l’estinzione universale. L’uomo/macchina è la lussuria estrapolata dalla natura… Quindi, non è dato sapere cosa avrebbe fatto Niki Lauda su quell’aereo, ma di certo non sarebbe stato sopraffatto dalla compiacenza e il condizionamento, i due maggiori pericoli verso cui scivola il non umano: non si sarebbe fatto cullare in un falso senso di sicurezza e tantomeno avrebbe dato peso eccessivo all’informazione automatizzata, cosicché uno di quei 155 passeggeri, sprofondando dalla paura nella sua poltrona, avrà avuto la forza di sussurrare ad ammaraggio riuscito: “Ma chi sei? Niki Lauda?”.