Blood on the Crown, di Davide Ferrario

Un film già precotto, senza sorprese, quasi senz’anima con un respiro internazionale ma in cui non si riconosce il cinema del regista. Fuori concorso

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Dal minimale Boys al quasi colossal Blood on the Crown, Davide Ferrario ha fatto il suo salto verso un cinema che vuole essere sontuoso e di respiro internazionale, aprendo alla storia che non ha età e guardando da lontano i residui di provincialismo che ogni storia italiana, portata al cinema, sembra naturalmente contenere, con tutte le conseguenze positive o negative. Ma mentre il provincialismo, nella sua versione istintiva, naturale e geneticamente nostro, diventa un toccasana per l’esito di un cinema che, anche con i suoi errori o le sue ingenuità, continuiamo ad amare perché sentiamo che ci appartiene, questo, fatto di grandi spazi e cieli immensi, di lucida fotografia che vuole essere così visibile, tra le strade sabbiose di una Malta inizio secolo, lo sentiamo distante, scollato da ogni tradizione, estraneo, se non fosse per l’anelito di libertà che porta con sé.
Blood on the Crown racconta dei fatti che accaddero nella piccola isola del Mediterraneo nel giugno del 1919, quando Malta, colonia inglese, cominciò a ribellarsi alla dominazione anglosassone e scoppiò una rivolta soffocata nel sangue. L’esercito inglese sparò sulla folla e molti civili rimasero uccisi, molti altri deportati. Solo due anni dopo questi tragici fatti Malta ottenne l’autogoverno, dopo essere stata la prima colonia a ribellarsi. Un esempio che da lì a breve fu seguito da altri Paesi che erano stati colonizzati dalla Corona inglese.
Ferrario utilizza il budget disponibile per realizzare un film di respiro internazionale, costruendo un grande set nel quale si sviluppano le storie che appartengono ad un racconto corale come è quello di una rivolta di popolo e che vuole, al contempo, dimostrare l’umanità di chi invoca la libertà, contro lo spietato senso del dovere di chi invece difende i “diritti” del conquistatore. Ovviamente non c’è partita e in una visione originariamente manichea – che il racconto al cinema dovrebbe, però, interrompere per non cadere nel già visto e nel già sentito e per potere, infine, sorprendere lo spettatore – il conquistatore è già un perdente.

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Blood on the Crown si accoda, senza lo sguardo diverso che appartiene alla cultura del suo regista, e nasce un film già precotto, senza sorprese, purtroppo quasi senz’anima, dove tutto scorre nella più assoluta prevedibilità. Non bastano Harvey Keitel, che è sempre un piacere vedere, qui relegato ad un ruolo da pensionato più che da generale e un Malcom McDowell, incattivito da un mondo che non lo capisce e quasi vendicativo nei confronti dei poveri maltesi per avere perso due figli ventenni in guerra, dimenticando però che, in fondo, è un signore della guerra e per questo oltre ai suoi figli ne ha mandati a morire molti altri.
Ma Ferrario non è un regista di spettacolo – così lo conosciamo – ma di pensiero. In questo suo primo film in cui si cimenta, invece, in questo tipo di cinema, ha forse compiuto l’errore di pensare che il desiderio di libertà di un popolo possa diventare comunque spettacolo di speranza e il racconto della verità della controstoria, opposta a quella ufficiale, sia in sé evento di grande impatto visionario. Non sempre questo accade nel cinema, che è quel luogo in cui si infrangono le buone intenzioni come quelle, sicuramente sincere, di Ferrario, fagocitate però da una macchina spettacolare che, contrariamente alle intenzioni, riduce gli orizzonti e non sa immaginare uno sguardo che sia in sintonia con un’anima resistente come quella dell’autore, che ben altre inquietudini aveva messo in scena con dentro quell’ansia di libertà fil rouge del suo cinema, che in questa rappresentazione faticosa della rivolta maltese, è impegnativo ritrovare nel suo pieno manifestarsi, nella sua piena bellezza e lucidità di intenzioni e di resa finale. Aspettiamo Davide Ferrario ad un’altra prova nella quale riconoscerci e riconoscere la sua anima vera e il suo cinema così autentico che abbiamo conosciuto in questi anni.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.8
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Il voto dei lettori
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