Blue Jasmine, di Woody Allen

Blue Jasmine potrebbe tranquillamente salire sul podio dei film più disperati di Woody Allen (almeno sino al prossimo). Con il passare del tempo, le storie che il cineasta racconta sembrano sempre più disinteressate ad “abitare” lo spazio-cinema, con buona pace di chi ne registra la regia elegante e la sempre eccellente direzione degli attori. Elementi che sembrano andare da sé (alcuni galleggiamenti di Alec Baldwin sullo sfondo dell'inquadratura confermano la sensazione), a cui in realtà ci pare Allen non ponga più di tanto l'attenzione (sul serio l'elemento di interesse stavolta è la bravura pazzesca di Cate Blanchett?): basterebbe fare caso a come la scena risulti puntualmente vuota nell'istante in cui la sequenza ha inizio, qualche secondo prima che i personaggi entrino in campo a riempirla – reiterato espediente allenniano, certo, ma mai come in questo caso è proprio nel rimbombo e nella tremenda freddezza di quelle stanze vuote che probabilmente vive lo sguardo del regista, più che nelle poco avvincenti vicende dei personaggi che le abitano. Il cinema di Woody Allen vive insomma sempre di più al di fuori dei film che fa, diremmo addirittura dietro la porta del set: nemmeno nella sceneggiatura, da sempre il punto di forza dell'autore, quanto proprio nell'allegoria aperta e dichiarata della sinossi.

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Da questo punto di vista Allen non fa che rafforzare, racconto dopo racconto, l'essenza morale dei propri aneddoti (volendo individuare un film-svolta, un film-manifesto, sarebbe magari Melinda & Melinda), abitati da una concezione della vita che si fa sempre più disillusa e desolata, caratterizzata dall'amara accettazione di un immobilismo beffardamente mascherato dietro le ambientazioni in giro per l'Europa e gli Stati Uniti, che di fatto modificano lo sfondo e danno materiale ai servizi di costume, senza intaccare di una virgola l'arcaico determinismo delle miserabili sorti mortali, che si replica in realtà sempre uguale. San Francisco è da questo punto di vista soprattutto per Allen la città di Alcatraz, più che delle macchiette kasdaniane di italoamericano guidos buttate lì controvoglia. Né Jasmine né la sorella potranno mai cambiare posizione e destino delle proprie esistenze: ogni sforzo per Allen non può che essere vano, grossolano, grottesco, inutile quanto mentalmente insano.

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I riferimenti non possono allora che farsi quelli, chiaramente pre-cinematografici, letterari e culturali da cui Allen proviene (e a cui sembrano voler giungere anche i Coen, di salmo in salmo), eppure è proprio nella perseveranza del mezzo-cinema che sta il senso profondo dell'intera pratica: affidati alle immagini, non alla conservazione orale o alla pagina di un libro, questi conti/canti vivono nella volatilità dell'attenzione latente dello spettatore, che Allen ben disprezza. Woody sa bene di parlare al vento come i vecchi seduti sulle panchine deserte dei parchi, di parlare da solo continuando a incastrarsi ancora e ancora nelle sue piccole storie; il suo ultimo cinema tradisce una fede pari allo zero nelle facoltà di comprensione degli spettatori, una intellettuale lontananza dall'empatia con qualunque tipo di pubblico. Come quegli anziani parenti a cui annuiamo distratti durante i loro lunghi monologhi sul passato, e che fingono recitando un sorriso di non rendersi conto che in realtà delle loro memorie ben poco ci interessa.

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Eppure è proprio per questo che Allen, e Jasmine con lui, continuerebbero per ore e ore a parlare con qualsiasi avventore, qualsiasi passante, qualsiasi vicino di poltrona in aereo o sconosciuto ai semafori, qualunque turista. Tanto, ogni sguardo, ogni orecchio, ogni cosa, ogni città, ogni vita, vale l'altro.

Titolo originale: Id.
Regia: Woody Allen
Interpreti: Cate Blanchett, Alec Baldwin, Peter Sarsgaard, Alden Ehrenreich, Michael Stuhlbarg, Bobby Cannavale, Louis C.K., Sally Hawkins, Max Casella, Charlie Tahan, Steven Wiig, Andrew Dice Clay, Tammy Blanchard, Vanessa Ross, Tom Kemp, Catherine MacNeal, Glenn Fleshler
Origine: Usa, 2013
Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 98' 

3 commenti

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    Recensione magnifica per lucidità e proprietà di linguaggio. grazie di esistere Sentieri Selvaggi.

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    Complimenti per l'ottimo articolo!!!

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    A me è sembrato un po' un film al contrario, poiché finisce laddove inizia (cioè non c'è evoluzione nella storia a San Francisco) e racconta solo come si è arrivati a quel punto.