Blue Story, di Rapman

Su Netflix arriva una bromance cruda e intensa tra la violenza delle gang di Londra, con le strofe di Rapman, autore dei tre video virali da cui è tratta, che spezzano e ricompongono la narrazione

L’uscita di Blue Story nelle sale inglesi nel novembre del 2019 aveva generato diversi gravi incidenti. A generare più clamore è stato quello di Birmingham, a seguito del quale sono stati arrestati diversi ragazzi e ragazze di 13 e 14 anni, che avevano generato il panico brandendo coltelli e machete e minacciando gli spettatori in fila. La distribuzione aveva per qualche giorno bloccato il film, che poi venne di nuovo proiettato con particolari misure di sicurezza. “Quei ragazzi non sono figli di Satana”, aveva detto qualche giorno prima il regista Rapman, nome d’arte del musicista e regista anglo-nigeriano Andrew Onwubolu. In quell’intervista si riferiva ai protagonisti del suo film, ma non si fa fatica a pensare che il regista avrebbe dato lo stesso giudizio ai ragazzini arrestati.

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Rapman aveva già perseguito quest’idea nel suo Shiro’s Story, serie di tre video che combinavano narrazione canonica e tramite rap uscita nel 2017 e che ha totalizzato più di 27 milioni di visualizzazioni. Blue Story, che in Italia è arrivato su Netflix, è un’espansione tanto di questo meccanismo quanto della storia di Shiro’s Story. L’amicizia tra Marco e Timmy sembra quella di due normali adolescenti, ma non è normale l’ambiente in cui vivono. Abitano in due quartieri diversi a Sud di Londra, controllati da due gang rivali. In una di queste c’è il fratello di Marco, diffidente nei confronti di Timmy e che mette in guardia il fratello da un possibile tradimento. Quando viene aggredito da un vecchio amico di Timmy, quelli che per Marco erano solo pregiudizi assumono tutt’altro valore, incrinando per sempre la loro amicizia e portando a tragiche conseguenze.

Le incursioni musicali di Rapman spezzano la narrazione di Blue Story, anche con una certa violenza. Superato lo stridore che potrebbe inizialmente generare, questo contrappunto riesce ad amalgamarsi al racconto con funzioni diverse a seconda del momento. Le strofe di Rapman possono essere di volta in volta una pausa riflessiva, un commento morale, una velocizzazione degli eventi o, in modo prevalente, una sottolineatura emotiva. Anche se non sempre con la stessa efficacia, rap e dialoghi si spalleggiano, legandosi sempre più in maniera indissolubile, come in quell’esplosiva miscela che è il tradimento non si possono più separare l’amore e l’odio.

Una commistione che Rapman ha vissuto sulla propria pelle crescendo in quei quartieri difficili che vedono gli agi e le punte dei grattacieli della City di Londra solo da lontano, velati di smog. Grazie a questa conoscenza diretta che riesce a scavare sotto la patina estetica della violenza, concentrandosi più che sul rumore dello sparo di una pistola, sulle emozioni che si accavallano prima che il dito spinga sul grilletto. Blue Story diventa un ritratto di un’umanità ardente e genuina, capace di momenti di scorticante tenerezza e soffice violenza, obbligata a costruirsi una spessa corazza per riuscire a sopravvivere, ma che sotto di essa nasconde una fragilità che prima o poi viene sempre fuori, in tutta la sua tragicità.

Titolo originale: id.
Regia: Rapman
Interpreti: Stephen Odubola, Micheal Ward, Eric Kofi-Abrefa, Khali Best, Karla-Simone Spence, Richie Campbell, Jo Martin, Junior Afolabi Salokun
Distribuzione: Netflix
Durata: 91′
Origine:
UK, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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