Blues al femminile

BLUES AL FEMMINILE
19^ EDIZIONE
 
     DORIS DAY E LENA HORNE: DIVE IN BIANCO E NERO
      Rassegna cinematografica a cura di Luciano Federighi
 organizzata dal Centro Jazz Torino
 in collaborazione con il Cinema Fratelli Marx

Cinema Fratelli Marx – corso Belgio 53, Torino

Tutti i martedì ore 18.15 dal 20 ottobre all’8 dicembre 2009 –

Ingressi 5 e 3 euro (ridotti)

OTTOBRE
    Martedì 20 e 27

NOVEMBRE
    Martedì 3, 10, 17, 24
DICEMBRE
    Martedì 1 e 8
 
La rassegna cinematografica presentata nel corso delle settimane di Blues al Femminile è quest’anno dedicata alle due grandi dive “in bianco e nero” emerse dallo scenario delle orchestre dell’Era dello Swing, Doris Day e Lena Horne. Il programma prevede alcuni dei film interpretati con energica grazia da Doris Day (come il mirabile Young Man with a Horn di Michael Curtis, ispirato alla figura del grande trombettista di jazz Bix Beiderbecke, e l’effervescente musical The Pajama Game) o illuminati dalla magnetica presenza di Lena Horne (Till the Clouds Roll By, biografia del grande compositore Jerome Kern, e Ziegfeld Follies, iridescente kolossal comico-musicale animato anche da Judy Garland, Fred Astaire e Gene Kelly).
Blues al Femminile è organizzata con il sostegno di Regione Piemonte, Compagnia di   San Paolo nell’ambito del bando “Arti Sceniche In Compagnia” Edizione 2009, con il patrocinio della Città di Torino in collaborazione con numerose Amministrazioni ed Associazioni Musicali Piemontesi.
Per informazioni:
Associazione Culturale Centro Jazz Torino                                                   
Via Pomba 4, 10123 Torino   tel. 011/884477 fax 011/8126644
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DORIS DAY E LENA HORNE: DIVE IN BIANCO E NERO
 
Il musical hollywoodiano dei decenni centrali del Novecento ha avuto in Doris Day e Lena Horne due dive dalle personalità seducenti e complementari. La Horne, afroamericana di Brooklyn, classe 1917, ha affermato la sua sensualità elettrizzante in due film a cast interamente nero dei primi anni Quaranta, i Cabin in the Sky e Stormy Weather, per poi apparire in numerose, spettacolari produzioni MGM – da Ziegfeld Follies a Words and Music – come speciale attrazione, interprete stilizzata e meravigliosamente ipnotica di grandi canzoni come “Somebody Loves Me”, “The Lady Is a Tramp” o “Love”, sceneggiate e orchestrate con policroma eleganza. Laddove Lena, svezzata sul palcoscenico del Cotton Club di Harlem,
rimaneva una vibrante signora del jazz con un formidabile istinto teatrale che l’avrebbe portata a trionfare a Broadway in Jamaica di Harold Arlen (e più tardi nell’autocelebrativo The Lady and Her Music), Doris, tedesca di Cincinnati, Ohio, era la più duttile e aggraziata tra le creature del pop di maggior classe, ma anch’ella – attraverso la sua prolungata esperienza nella big band di Les Brown – mostrava una tangibile filigrana jazzistica nel timing, nella sensibilità armonica, nella combinazione di sobrio melodismo e gusto colloquiale. Attrice di rara e solare comunicativa, Doris Day ha animato commedie musicali di ambiente contemporaneo (Romance on the High Seas, It’s a Great Feeling, Lucky Me) o di sapore nostalgico, inizio secolo (On Moonlight Bay), musical di fonte teatrale (The Pajama Game) e drammi-con-canzoni (Young Man with a Horn, Love Me or Leave Me), oltre all’occasionale film noir (Storm Warning) o al thriller hitchcockiano (The Man Who Knew Too Much), prima di affiancarsi a Rock Hudson o a James Garner come protagonista assoluta della commedia brillante degli anni Sessanta: e la sua voce ha dato una gentile e cremosa vitalità tanto a nobili standard (da “Tea for Two” a “April in Paris”) quanto a moderni temi hollywoodiani come “Secret Love”, “Que Sera Sera” o “Send Me No Flowers”. Entrambe, nella loro personalizzante versatilità e in modi profondamente distinti, dovevano molto all’insegnamento della dominatrice della precedente generazione di jazz ladies, Ethel Waters, la cui matura performance in The Member of the Wedding rimane un perfetto esempio di grande recitazione e di raffinata eloquenza blues prestata al linguaggio cinematografico.
 
Martedí 20 ottobre ore 18.15
Cinema Fratelli Marx – Corso Belgio 53, Torino – Ingressi 5 e 3 euro (ridotti)

YOUNG MAN WITH A HORN di Michael Curtiz (USA 1949, B&N, 112 minuti, in originale con sottotitoli inglesi), con DORIS DAY, Kirk Douglas (doppiato alla tromba da Harry James), Lauren Bacall, Hoagy Carmichael, Juano Hernandez.
Extra: DORIS DAY e l’orchestra di Les Brown, “My Lost Horizon” (1941), 3 minuti.
Alcuni anni dopo la fortunata esperienza con l’orchestra di Les Brown (documentata dal breve soundie del 1941, il languido e sognante “My Lost Horizon”), Doris Day rivive il suo ruolo di “canary”, di decorativa quanto ispirata cantante di big band, in uno dei più convincenti tra i film dedicati al mondo del jazz e della musica popolare, mirabilmente fotografato in bianco e nero da Ted McCord, cinematographer creativo e di grande esperienza, e diretto con la consueta, vigorosa essenzialità dal veterano Michael Curtiz, il regista di Angels with Dirty Faces, Casablanca e Mildred Pierce.

Doris si rivela attrice completa, in grado di interagire drammaticamente con il protagonista Kirk Douglas, nel ruolo del tormentato trombettista di jazz liberamente modellato sulla figura di Bix Beiderbecke, artista frustrato dalle costrizioni espressive imposte dalle regole della musica da ballo e sedotto dai demoni dell’alcool, e con Hoagy Carmichael, qui nei panni di “Smoke”, una delle più riuscite varianti del suo tipico personaggio di pianista, confidente e filosofo. E trova una matura e seducente dimensione interpretativa a confronto con un gentile swinger quale “I May Be Wrong” e con gloriose ballads come “Too Marvelous for Words” di Johnny Mercer, “The Very Thought of You” di Ray Noble e “With a Song in My Heart” di Rodgers e Hart, alle quali dona una plastica distensione di fraseggio e un tocco emotivo finemente personale.
 
Martedí 27 ottobre ore 18.15
Cinema Fratelli Marx – Corso Belgio 53, Torino – Ingressi 5 e 3 euro (ridotti)
IT’S A GREAT FEELING di David Butler (USA 1949, colore, 85 minuti, in originale con sottotitoli inglesi), con DORIS DAY, Jack Carson, Dennis Morgan; canzoni di
Jule Styne e Sammy Cahn.
Extra: DORIS DAY in “’S Wonderful” da STARLIFT di Roy Del Ruth (1951) e in altre canzoni cinematografiche, circa 25 minuti.  
Extra: canzoni di LENA HORNE in THE DUKE IS TOPS di William Nolte (1938), circa 7 minuti.
Extra: ETHEL WATERS e l’orchestra di Count Basie in “Quicksand” da STAGE DOOR CANTEEN di Frank Borzage (1943), circa 3 minuti.
Firmato da I.A.L.  Diamond (futuro collaboratore di Billy Wilder per le sceneggiature  delle commedie-capolavoro degli anni Sessanta), It’s a Great Feeling è  uno dei più amabili esempi della Hollywood capace di prendersi  argutamente in giro: una dinamica e farsesca parodia dello star system  costellata da gustose comparsate di celebri attori e auteurs Warner  Bros, da Danny Kaye a Errol Flynn, da Edward G. Robinson allo stesso  regista del film, David Butler. Alla sua seconda apparizione  cinematografica dopo lo scintillante esordio dell’anno precedente con  Romance on the High Seas, Doris Day conferma, nel ruolo di una cameriera ansiosa di essere scoperta da un produttore hollywoodiano, quella singolare combinazione di luminosa grazia e di cordiale energia che le  permettevano di dominare il grande schermo.
Nuovamente affiancata al  massiccio Jack Carson, che assieme al romantico crooner Dennis Morgan  crea qui una efficace coppia comica sulla falsariga di Bob Hope e Bing Crosby,  Doris spazia con giovanile e accattivante charme attraverso un repertorio confezionato dal solido team Jule Styne-Sammy Cahn,  comprendente la delicata e poetica ballad “Blame My Absent Minded  Heart”, duettata con Morgan, e un “At the Cafe Rendezvous”  spiritosamente cantato con forte accento gallico (e con parrucca  bruna).
Le qualità di versatile interprete di Doris sono quindi  sintetizzate in un collage di sue performances degli anni Cinquanta su  grandi song di George Gershwin, Vernon Duke e Vincent Youmans (e gioielli  minori come “Run Away, Skidaddle, Skidoo”, da una sofisticata commedia  con Richard Widmark); mentre la ventenne Lena Horne mostra un ancora  morbido melodismo nel film del suo debutto, lo “all colored” The Duke  Is Tops, e la sua grande maestra, Ethel Waters, incontra l’orchestra di Count Basie in uno swingante episodio da Stage Door Canteen, uno dei  molti film patriottici e zeppi di “stelle” prodotti da Hollywood nel  periodo bellico.
 
Martedí 3 novembre ore 18.15
Cinema Fratelli Marx – Corso Belgio 53, Torino – Ingressi 5 e 3 euro (ridotti)
TILL THE CLOUDS ROLL BY di Richard Whorf e Robert Alton (USA 1946, colore, 130 minuti, in originale con sottotitoli inglesi), con LENA HORNE, Dinah Shore,
Frank Sinatra, Judy Garland, Robert Walker, Van Johnson, June Allyson, Tony Martin,
Kathryn Grayson; canzoni di Jerome Kern.
Sontuosa biografia in Technicolor del  più puro melodista del Ventesimo Secolo, Jerome Kern, allora appena  scomparso, questo film MGM si apre con una lunga ed articolata  rievocazione della “prima” di Show Boat, al culmine della quale Lena  Horne, nel ruolo della mulatta Julie, offre una interpretazione  memorabile della struggente ballad “Can’t Help Loving That Man”,  giocata su un perfetto equilibrio di elegante lirismo ed elettrici  crescendo emotivi.
Nella insolita e suggestiva coda “paradisiaca” del  musical, una festa di cieli color pastello e candidi costumi, una  regale Lena segue la Kathryn Grayson di “Long Ago and Far Away” e  precede il giovane Frank Sinatra di “Ol’ Man River” distillando con  pathos e dignità i contorni soulful di un altro capolavoro kerniano, “Why Was I Born?”. Esemplari, nel corso del film, sono anche le  performances di Judy Garland, che si cala nei panni della Marilyn  Miller di “Look For the Silver Lining”, e della “Southern belle” Dinah  Shore, che legge con toccante misura la prima grande ballad del  compositore newyorkese, “They Didn’t Believe Me”, e il suo omaggio alla  Parigi violata dai nazisti, “The Last Time I Saw Paris”.                                    
 
 
 
 
 
 
 
 
Martedí 10 novembre ore 18.15
Cinema Fratelli Marx – Corso Belgio 53, Torino – Ingressi 5 e 3 euro (ridotti)
LULLABY OF BROADWAY di David Butler (USA 1951, colore, 92 minuti, in originale con sottotitoli inglesi), con DORIS DAY, Gene Nelson, S.Z. Sakall, Billy DeWolfe; canzoni di Harry Warren e Al Dubin, Cole Porter, George Gershwin.
Extra: estratti dagli show televisivi THE DORIS DAY SPECIAL (USA, 1971) e DORIS DAY TODAY (1975), circa 30 minuti.
Elegante  commedia di ambiente teatrale diretta con solida professionalità dal  prolifico David Butler, una presenza frequente nella prima parte della  carriera cinematografica di Doris Day, e animata da un cast  brillantissimo, comprendente il bonario S.Z. Sakall, l’anziano attore di origine ungherese maestro dell’accento mitteleuropeo, del  "malapropism" e della bizzarra inversione di frase, la coppia comica  formata da Billy De Wolfe e Anne Triola, la stagionata red hot mama  Gladys George e il mirabile ballerino Gene Nelson, tap dancer dalla  fluida, dinoccolata muscolarità. Doris appare qui showgirl a tutto  tondo. Eccelle nel coleporteriano “Just One of Those Things” (con frac  e cilindro) e in alcuni deliziosi duetti in chiave song-and-dance con  Nelson: “You’re Gettin’ to Be a Habit with Me”, sull’accompagnamento  del trio di Page Cavanaugh, il gershwiniano “Somebody Loves Me” e la  splendida canzone del titolo (di Harry Warren), in una coreografia che  allude a quella classica di Busby Berkeley per Gold Diggers of 1935
Segue un piccolo florilegio canoro da due spettacoli televisivi della  Doris Day post-cinematografica, comprendente un rilassato e variegato  medley con Perry Como, un nostalgico “The Way We Were” e una bella  rilettura bluesy dell’antico hit “Sentimental Journey”.
 
Martedí 17 novembre ore 18.15
Cinema Fratelli Marx – Corso Belgio 53, Torino – Ingressi 5 e 3 euro (ridotti)
ZIEGFELD FOLLIES di Vincente Minnelli (USA 1946, colore, 117 minuti, in originale con sottotitoli inglesi), con LENA HORNE, Judy Garland, Lucille Ball, Fred Astaire,
Fanny Brice, Red Skelton, Esther Williams, Victor Moore, Cyd Charisse, Gene Kelly.
Diretto per la MGM da Minnelli  (l’unico citato nei titoli di testa) insieme a diversi altri  specialisti del musical hollywoodiano (Norman Taurog, George Sidney,  Roy Del Ruth, Charles Walters), Ziegfeld Follies è una sontuosa  fantasia comico-musicale popolata da alcune tra le maggiori star cinematografiche degli anni Quaranta.
William Powell torna a vestire i  panni del leggendario produttore di Broadway, Florenz Ziegfeld, che  immagina – dalla sua dimora celeste – di organizzare un’ultima e  aggiornata edizione delle stravaganti, luccicanti ed eclettiche  “Follie” che lo avevano reso celebre. 
Ne emerge un abbagliante caleidoscopio di vignette  vaudevillesche con veterani di Broadway come Fanny Brice e Victor  Moore, di sketch comici di sapore tra surreale e cartoonesco, come  quelli di Keenan Wynn alle prese con folli frustrazioni telefoniche o  di Red Skelton che trasforma la pubblicità televisiva del gin in un  furibondo trip alcoolico, di bozzetti musicali incantevolmente  sceneggiati, con un Fred Astaire in maschera orientale nella “pantomina  drammatica” articolata sulle armonie minori di “Limehose Blues”, con i  due più grandi song-and-dance men del secolo (Astaire, appunto, e Gene  Kelly) che si affrontano in un esilarante duetto sul gershwiniano “The  Babbit and the Bromide”, con Judy Garland calata in una brillantissima  parodia della diva hollywoodiana, sino a un irresistibilmente incongruo  climax canoro che richiama i ritmici jubilee del Golden Gate Quartet, o  con Esther Williams che con luminoso languore disegna uno dei suoi  balletti acquatici.
Lena Horne, nello splendore dei suoi tardi vent’anni esaltato dall’eleganza floreale di acconciatura e costume, è  protagonista di un episodio memorabile, diretto da Lemuel Ayers (lo art  director del film) e calato nel torrido e pittoresco scenario di una  locanda nera di Charleston o New Orleans, dove tra due donne si scatena  improvvisa la violenza per le attenzioni di un uomo: spunto per la pregevole canzone di Hugh Martin e Ralph Blane, “Love”, con le sua  armonie misteriose, il suo ritmo incalzante e il suo testo giocato  sulle contraddizioni dell’amore, che Lena distilla con magnetica  sensualità e con un abbandono drammatico insieme vibrante e  controllato.
 
 
 
Martedí 24 novembre ore 18.15
Cinema Fratelli Marx – Corso Belgio 53, Torino – Ingressi 5 e 3 euro (ridotti)
YOUNG AT HEART di Gordon Douglas (USA 1954, colore, 117 minuti, in originale con sottotitoli inglesi), con DORIS DAY, Frank Sinatra, Gig Young, Ethel Barrymore,
Dorothy Malone, Elizabeth Fraser, Robert Keith; canzoni di Johnny Richards,
Jimmy Van Heusen, George e Ira Gershwin, Cole Porter, Harold Arlen e Johnny Mercer.
Diretto dal  versatile e prolifico newyorkese Gordon M. Douglas, piccolo maestro di  western, commedia brillante e film noir (Kiss Tomorrow Goodbye, un  classico con James Cagney), destinato a incontrare più volte il Sinatra della tarda maturità (Robin and the Seven Hoods e gli eccellenti  polizieschi Tony Rome, Lady in Cement e The Detective), e sceneggiato  dall’altrettanto fertile e estroso Julies Epstein, cesellatore di  dialoghi dalla battuta rapida e pungente, Young at Heart è il remake in  chiave musicale e in era eisenhoweriana di Four Daughters: un domestico melodramma del 1938 che aveva garantito a Michael Curtiz la sua prima  nomination all’Oscar.
Con Frank Sinatra nella parte del pianista cinico  e amaro che era stata dell’esordiente John Garfied e con Doris Day nei  panni della più sensibile tra le bionde e talentuose figlie di un  professore di musica di provincia (nel primo film Priscilla Lane),  Young at Heart si fissa nella memoria per la bella coralità di un cast  prestigioso e rimarchevole, e in particolare  per il complesso  interplay sentimentale tra Doris e Frank (e l’incredibile trama degli sguardi), per le incisive e luminose performances vocali della cantante  di Cincinnati, allora nel pieno della ricchezza espressiva definizione tecnica (la dinamica del suo fraseggio è tanto esemplare quanto misurata, enunciazione e intonazione sono puntualissime) e per  le superbe interpretazioni sinatriane di classici di Gershwin, Porter,  Arlen e Mercer.
Memorabile, ad esempio, è il Frank sobriamente swingante di “Just One of Those Things”, seduto al piano in un night  club deserto: ma esemplare, sui titoli di testa e di coda, è anche la  sua cesellata lettura della bella canzone di Carolyn Leigh e Johnny  Richards che condivide il nome del film.
 
 
 
 
 
Martedí 1° dicembre ore 18.15
Cinema Fratelli Marx – Corso Belgio 53, Torino – Ingressi 5 e 3 euro (ridotti)
THE PAJAMA GAME di Stanley Donen e George Abbott (USA 1957, colore, 101 minuti, in originale con sottotitoli inglesi), con DORIS DAY, John Raitt, Carol Haney, Eddie Foy Jr; canzoni di Richard Adler e Jerry Ross.
Extra: una canzone scartata  da PAJAMA GAME (“The Man Who Invented Love”) e trailer per i film di DORIS DAY (ROMANCE ON THE HIGH SEAS, 1948, APRIL IN PARIS, 1952, BY THE LIGHT OF THE SILVERY MOON, 1953, LUCKY ME, 1954, MOVE OVER DARLING, 1963, DO NOT DISTURB, 1965, CAPRICE, 1967). Circa 20 minuti.
 
Ambientato  in una fabbrica di pigiama e giocato con humor attorno ad una disputa  sindacale,The Pajama Game era stato uno dei più originali e fortunati  tra i musical teatrali di metà anni Cinquanta: e seppe conservare tutto  il suo charme e il suo dinamismo in questa trasposizione  cinematografica dovuta all’esperta regia di un maestro di Broadway  (Abbott) e di uno di Hollywood (Donen).

Fotografato nella pastosa  policromia del Warner Color, il film è energizzato dalle genialmente  eccentriche coreografie di Bob Fosse (rimane nella memoria quella del picnic aziendale, dalla coralità solare e funambolica) e illuminato  dalle molte, meravigliose canzoni di Richard Adler e Jerry Ross,  dinamicamente orchestrate da Nelson Riddle e Buddy Bregman e perfettamente integrate nell’intreccio narrativo.
 
Classici sono i due  episodi legati alla lunatica e amabilmente arrochita Carol Haney, il  tango “Hernando’s Hideaway” e lo swingante “Steam Heat”, irresistibile  bozzetto “industriale” danzato con piglio angolare da Carol e dai suoi due partner; e preziosi sono i song affidati a una Doris Day capace di  mediare piglio battagliero, tenerezza e il fascino della sua piena  maturità: la ballad “Hey There”, introdotta dal protagonista maschile,  il tenore broadwaiano John Raitt (padre della futura stella del blues- rock, Bonnie Raitt), e ripresa da Doris con commossa intensità, e il  fiero duetto con John, “Once There Was a Man”, dagli spiritosi accenti  pseudo-country.

La proiezione del film è seguita da una breve antologia  di trailer che riassumono i vent’anni di carriera cinematografica di  Doris Day, illustrando la sua evoluzione da giovane star di musical a  effervescente protagonista di commedie brillanti.
 
 
 
 
Martedí 8 dicembre ore 18.15
Cinema Fratelli Marx – Corso Belgio 53, Torino – Ingressi 5 e 3 euro (ridotti)
THE MEMBER OF THE WEDDING di Fred Zinnemann (USA 1952, colore, 90 minuti, in originale con sottotitoli inglesi), con ETHEL WATERS, Julie Harris, Brandon De Wilde.
Extra: DOROTHY DANDRIDGE, i Nicholas Brothers e l’orchestra di Glenn Miller in “Chattanooga Choo Choo”, da SUN VALLEY SERENADE di H. Bruce Humberstone (USA 1941), 11 minuti.
Extra: LENA HORNE in “Honeysuckle Rose” da THOUSANDS CHEER di George Sidney (USA 1943), in “Paper Doll” da TWO GIRLS AND A SAILOR di Richard Thorpe (USA 1944) e in “If You Can’t Dream” da MEET ME IN LAS VEGAS di Roy Rowland (1956), circa 16 minuti.
Diretto da Fred Zinnemann nello stesso anno di  High Noon (Mezzogiorno di fuoco) e alla vigilia di altri due capolavori  del regista di origine viennese (From Here to Eternity e Oklahoma!),  The Member of the Wedding è una delle più eloquenti traduzioni  hollywoodiane di un capolavoro letterario: la fonte è qui il  "Bildungsroman" della georgiana Carson McCullers che porta lo stesso  titolo e che l’autrice aveva già rivisitato in chiave teatrale per i  palcoscenici di Broadway. Dramma domestico intriso di eccentrici umori  sudisti e finemente giocato su un intreccio di confronti interrazziali  e intergenerazionali, Il membro del matrimonio fu interpretato tanto a teatro che al cinema da una coppia femminile straordinaria, quella  formata da Julie Harris, ultraventicinquenne ma impeccabile nel ruolo  di Frankie, irrequieta e visionaria dodicenne, e da Ethel Waters, nella  parte della sua attempata “mammy” e confidente.
Benché il film sia  illuminato da una sola performance canora della Waters, una schietta e  toccante lettura a cappella dello spiritual “His Eye Is on the Sparrow”  (il brano che divenne una sorta di theme song nell’ultima parte della  sua carriera), la grande cantante-attrice della Pennsylvania, che al pari di Julie fu nominata per l’Oscar, dona un respiro musicale pensoso  e cangiante ad ogni scena di cui è protagonista, attraverso la densa  veracità del linguaggio corporeo, la ricca plasticità della mimica  facciale e soprattutto la melodia e il ritmo della recitazione, la  filigrana bluesy di una voce che non manca mai di sorprendere per la  sua palpitante combinazione di eleganza e colloquialità.
In chiavi ben  distinte, queste caratteristiche sono state rielaborate da sue  discepole come Dorothy Dandridge (che vediamo poi assieme agli acrobatici  Nicholas Brothers nell’incantevole sceneggiata musicale costruita  attorno a “Chattanooga Choo Choo” di Harry Warren e Mack Gordon) e Lena Horne, sempre magnetica e invitante in un collage di sue prove  cinematografiche degli anni Quaranta e Cinquanta.