Bodies Of Lies – Lampi che assomigliano a delle Idee

He stands like a statue


Becomes part of the machine
Feeling all the bumpers
Always playing clean
He plays by intuition
The digit counters fall
That deaf, dumb and blind kid
Sure plays a mean pinball!
Pete Townshend – Pinball Wizard
(in The Who: Tommy)

 

The Departed, se non altro, già dal titolo fu il film che in maniera quasi inconsapevole esplicitava le caratteristiche di quello che non è, non è stato e probabilmente mai sarà un movimento di attori, senza manifesto ‘dogma’, o tantomeno una scuola (ipotesi ‘impossibile’ dato il loro programmatico anti-accademismo, di cui Valeri nel profilo di Wahlberg), ma che ai più attenti sempre più insistentemente saltava agli occhi come un muoversi comune, un atteggiamento che – con tutte le differenze possibili da corpo a corpo – dimostrava in tutta una “generazione” di attori una consapevolezza costituente all’interno dei propri ruoli,  del tutto istintiva, quasi animalesca, primordiale, genetica delle possibilità infinite e – è questo il punto – concettuali della propria essenza divistica. “Giocata” come modo di essere immutabile sia davanti alla macchina da presa che al di fuori – l’inafferrabilità fondativa dell’immagine del Divo risolta come irraggiungibilità (catch me if you can…) di un’immagine che non sfugga. Totalmente al di là di parametri di “valore recitativo”, ma anzi con una programmatica forma grezza (che i coevi nuovi eroi dell’action capiscono invece solo a tratti – Statham, Diesel… perdendo costantemente la loro sfida con i Padri Fondatori…) che però penetra la macchina con precisione chirurgica (becomes part of the machine), intuisce gli sguardi (plays by intuition) che i diversi registi (divertente sarebbe poi tra l’altro stilare un elenco delle firme ritornanti, degli autori dal fiuto migliore) posano addosso, marchiandone indelebilmente i film diventandone il tendine, che come un muscolo si muove e si rilassa al ritmo del respiro del Cinema – that deaf, dumb and blind kid sure plays a mean pinball.
E il primo giocatore, il pinball wizard originario, fu negli anni ’80 proprio Tom(my) Cruise – con spaventosa lucidità Cruise ha attraversato i decenni senza mai perdere d’occhio un discorso attoriale, teorico, produttivo (l’ultima produzione della Cruise/Wagner è il formidabile Death Race di PWS Anderson…) di totale coerenza che lo pone come sicuro, geniale prototipo per tutti gli esempi successivi: la maschera immutata di Cruise (esplicitata in film come Eyes Wide Shut, i tre Mission: Impossible, Vanilla Sky, l’ultimo Tropic Thunder) resta incontrovertibilmente sino a Collateral e Leoni per Agnelli come punto di partenza (rivedere per credere Il colore dei soldi, di nuovo Scorsese…).
Tanto più esplicito tutto ciò nella manciata di corpi eccedenti (anche black, dalla statuarietà intermittente di Jamie Foxx alla ragione sociale di Will Smith) che abitano il cinema contemporaneo. Davvero anime straripanti il cui percorso segue traiettorie di assoluta espansione segnica: dalle infiltrature di Colin Farrell all’incredibile auto-esplosione di Russell Crowe, passando per il gesto sublime di Joaquin Phoenix che dopo Scott, Shyamalan, Mangold, e tre Gray di fila (e dopo il lutto di River…) smette di fare l’attore. Dimostrando per assoluta opposizione come lo scampolo di maledettismo che porta alle estreme conseguenze il make up come anima del cinema di Christopher Nolan nella vicenda della morte terribile di Heath Ledger sia in realtà la chiusura definitiva di un’altra stagione, quella dei Johnny Depp (e dei Kilmer, degli Slater, ecc.) che rinnegano di essere stati pupilli autoriali (Burton, Kusturica, Jarmusch…) imboccando una via di assoluta normalizzazione (tutto il contrario, per dire, della fantastica eterizzazione di Ewan McGregor via Luhrmann e Lucas…), finendo a fare i pupazzi per gente come Gore Verbinski (e dunque quello di Heath resta come gesto totale di rivolta alla cicatrice ghignante del Joker…), con la propria mediocrità oramai certificata e reinventata – questo si – con un certo talento, come simpatico “mestiere”, come fa Nicholas Cage. Ma ben presto, Depp – insieme ad un’altra fisionomia altamente affascinante
com’è quella di Giovanni Ribisi (probabilmente al di sopra del gruppetto di ‘sbarbatelli’ ben poco entusiasmanti quali Tobey Maguire, Elijah Wood, Orlando Bloom…) finirà smolecolato nella salamoia di Michael Mann e Dante Spinotti, su negli azzurri spazi…mentre Christian Bale amato e maltrattato da Herzog supera Nolan per ritrovarsi nel West
Dunque, nell’ambito della commedia è per forza di cose tutto più facile e netto (e non è nemmeno detto…) – Frat Pack, Crew Apatow… – e sarebbe davvero una forzatura considerare The Departed come il Tropic Thunder di tutta questa ‘new generation’, però eccoli lì: Leonardo Di Caprio, Matt Damon, Mark Wahlberg (che “resiste al massacro” solo perché il suo divismo è di matrice differente, estranea, derivata dalla carriera di rapper e modello – sembra parlare di se stesso quando descrive la doppia vita nei bassifondi dell’agente Costigan). Chi sono questi corpi attoriali? Recitano, riflettono, producono: per il cinema, per la televisione – Matt Damon tra questi è forse il caso più avanzato, avendo contribuito il suo Bourne con la sua tabula rasa interpretativa a rifondare le sorti del cinema d’azione contemporaneo nonostante Greengrass; di certo però il compare Ben Affleck che si riscopre grandioso regista non va perso di vista – basterebbero Dogma e Jersey Girl di Kevin Smith e Il Diario di Jack di Binder (lo stesso dicasi per il fratellino Casey, che ha la meglio su di un Brad Pitt/Jesse James che finisce sì colpito alle spalle, ma che altrettanto colpevolmente col tempo ha fin troppo abbassato la guardia). E poi Di Caprio, Mister Green, l’attivista sociale, illusorio ponte di dialogo con la generazione dei “Mostri Sacri” (lui e non Edward Norton, a cui De Niro nel “suo” The Score chiedeva nel finale: “qua
nd’è che ti sei convinto di essere più bravo di me?”), che come i campioni dell’Actor’s Studio continua ad attestare preparazioni meticolose e minuziose per ogni ruolo, ma che alla fine prosegue a fare letteralmente saltare in aria ogni set unicamente per la sua presenza materica e insieme intangibile.
Non è allora forse un caso se in un film di poco successivo a quello di Scorsese come lo Zodiac di Fincher (che ha perso Pitt per strada), a seguire le tracce nel panorama digitale (e che paradossalmente portano alla ricerca di una pellicola) non sia né l’antiquato giocoliere dello schermo Robert Downey Jr (che infatti resiste al cinema di Linklater così come in Iron Man resiste alla macchina), né l’opacità del bozzolo di Mark Ruffalo (che però è al fianco di Di Caprio nel nuovo Scorsese), quanto il personaggio su cui nessuno avrebbe puntato, il vignettista di poco conto, quel Jake Gyllenhaal che sin da Donnie Darko ha capito, alla stregua di tutta questa ‘nazione’ di attori, come essere nel Cinema oggi significhi essere nel tempo, nei tempi, in nessun luogo e in tutti gli spazi possibili, perennemente all'interno ed esterni al quadro.

 “Vi sono degli istanti in cui il mio corpo s’illumina…
E’ molto curioso. Improvvisamente io posso vedere in me stesso…
distinguo la profondità di certi strati delle mie carni; e sento delle
zone dolorose, anelli, poli, pennacchi di dolore.
Vedete queste figure vive? Questa geometria delle mie sofferenze?
Vi sono lampi che assomigliano a delle idee.

Essi fanno comprendere da qui a lì. Tuttavia mi lasciano
incerto. […]
Si producono nel mio essere dei luoghi…nebbiosi.”

Paul Valery, Monsieur Tesle