Boris 4, di Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo

Tra vecchie conoscenze e battute brillanti, i primi episodi sono incoraggianti per il prosieguo della stagione. Ciarrapico e Vendruscolo tornano sul set di Boris senza lo storico compagno Mattia Torre

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Non è assolutamente facile rimettere mano su un prodotto pressoché perfetto come Boris, ne tantomeno può esserlo rispettando le altissime aspettative dei fan più accaniti. Dodici anni dopo la terza stagione, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo tornano sul set della serie cult senza lo storico compagno di penna Mattia Torre, un vuoto definito incolmabile dagli stessi autori e dall’intero cast. La nuova stagione inizia proprio ricordando chi non c’è più. In una delle prime sequenze, la truppa si ritrova per il funerale della cara segretaria di edizione Itala, interpretata dall’attrice Roberta Fiorentini, realmente deceduta solo tre anni fa. È un fatto di famiglia Boris, come la mafia, non se ne esce se non da morti (cit.). Nella vicenda raccontata dal film del 2011, René (Francesco Pannofino) ha scoperto a sue spese che non c’è alcuna possibilità di uscire illesi da questa famiglia, di conseguenza la quarta stagione vede nuovamente riunita l’intera truppa di Gli occhi del cuore, La bambina e il capitano e Caprera. Sembra non essere cambiato nulla, se non fosse che il realtà è cambiato proprio tutto.

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Stanis (Pietro Sermonti) e Corinna (Carolina Crescentini) sono sposati e titolari della casa di produzione SNIP (So Not Italian Production), Alessandro (Alessandro Tiberi) è diventato un “capoccia”, ovvero il dirigente di punta di una piattaforma streaming americana, Duccio (Ninni Bruschetta) e Lorenzo (Carlo De Ruggieri) girano il mondo come direttore e assistente della fotografia, mentre Sergio (Alberto Di Stasio), naturalmente, è in carcere. Il nuovo progetto di serie è ambizioso: La vita di Gesù. Stanis sarà produttore e, chiaramente, il protagonista, René alla regia e Duccio alla fotografia. Tutto perfetto, ma manca ancora il “lock” sulla sceneggiatura da parte della piattaforma americana, e in particolare il benestare del misterioso “algoritmo”. Tutti si metteranno all’opera per soddisfare i mutevoli criteri dell’algoritmo, a partire dai tre sceneggiatori (Andrea Sartoretti, Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo) e da Alessandro, unico vero anello di congiunzione tra americani e italiani e tra progresso e passato. Ma il rinnovamento non colpisce solo a livello artistico, anche il set come luogo deve cambiare, c’è un codice comportamentale da rispettare e la parola d’ordine è “inclusività”. Inutile specificare quanto questo nuovo codice possa mettere in crisi un individuo istintuale come il capo elettricista Augusto Biascica (Paolo Calabresi).

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In passato Boris era riuscita a fotografare perfettamente il mondo della fiction facendo una fiction e l’universo cinematografico facendo un film. Stavolta la serie, distribuita da Disney+, prende in esame  l’inedito universo delle piattaforme streaming partendo dagli equivoci nati dalle nuove disposizioni degli americani. Le prime puntate sono un susseguirsi di citazioni delle stagioni passate e del film, addirittura con alcuni estratti montati come memoria visiva dei protagonisti. Nonostante il ribaltamento dei ruoli di alcuni personaggi, le dinamiche di potere sono molto simili. Un po’ come quello che succede quando due amici di vecchia data si rincontrano e ricominciano a comportarsi come i tempi andati. Ma il mondo è cambiato, “le merde diventano capoccia” e gli impicci con le fatture non sono più possibili. È l’algoritmo che comanda, è lui il vero antagonista della serie, un’entità ancora più fredda e inavvicinabile del dottor Cane: “ma non ce se po parlà co st’algoritmo?”. Andare incontro alle svariate richieste dell’algoritmo vuol dire snaturare ulteriormente il progetto di René, modificando la sceneggiatura e aggiungendo elementi che nella Palestina di duemila anni avevano poco a che fare. Ma a tutto ciò aveva già pensato Lopez (Antonio Catania) promettendo al cugino calabrese “appassionato” di cinema italiano di inserire degli amici conterranei all’interno della troupe e delle comparse, con il risultato di alcune banalissime gag sul dialetto calabrese.

Le prime puntate della quarta stagione di Boris sono tutto sommato incoraggianti per il prosieguo della serie. Sono già tantissime le battute brillanti che entreranno in fretta nell’immaginario comune e negli innumerevoli meme sui social, ma soprattutto si riconoscono perfettamente i personaggi a cui noi tutti siamo affezionati senza alcuno snaturamento di sorta. La morale sembra essere sempre la stessa, un’altra televisione in questo paese è impossibile. Così tutti noi continueremo ad aspettarci la solita roba a cazzo di cane, dopotutto, come dice uno degli sceneggiatori, “co sta merda ci siamo comprati mezza Spoleto”. Proprio tra i tre sceneggiatori sembra di scorgere una figura diversa, quasi ultraterrena. Un personaggio, quello interpretato da Valerio Aprea, spesso posto più in alto rispetto agli altri, quasi sempre in silenzio ma che nei momenti giusti riesce ad esprimersi con saggezza e decisione. Si direbbe un alter ego di Mattia Torre. Così, quando Sartoretti domanda genuinamente: “collega, come si sta all’inferno?” Aprea non può che rispondere con altrettanta naturalezza: “mah, ti dirò, manco male. So tutte quarte stagioni”.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6
Sending
Il voto dei lettori
3.8 (5 voti)
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