"Boris – Il Film", di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo

Renè (Francesco Pannofino) e l'Oscar di PiovaniChe dalla televisione non si possa di fatto più venire fuori («è come la mafia: ne esci solo da morto», dice René in una delle battute già cult del film) ce lo spiega, proprio in questi giorni, anche Ivan Reitman, che nel suo No strings attached riconduce l’idealismo adolescenziale di Ashton Kutcher a uno show canterino simil-Glee e il distacco sentimental/erotico della dottoressa Natalie Portman al modello delle protagoniste di Grey’s Anatomy, lavorando sul plot della commedia romantica come un cross over tra serial. E del resto sembra di capire che una carriera alla Reitman sarebbe proprio il sogno di Renato – René – Ferretti da Fiano Romano, costretto invece, vaso di coccio tra vasi di ferro, a oscillare tra i due poli inversi del cinema italiano, l’autorialità alta dei “maestri” e l’annullamento artistico del cinepanettone.
Boris-Il film ruota attorno al "giallo" della scomparsa di un cinema artigianale ad opera di due caste, su fronti esasperatamente opposti – una formata da registi «con la salmonella» e dirigenti dai «maglioni infeltriti e occhialetti alla Gramsci», l’altra intenta a studiare il modo di tramutare i propri gas intestinali in milioni al botteghino – ma entrambe lenti deformanti incapaci di leggere il paese.
Gli sceneggiatori Massimo De Lorenzo, Andrea Sartoretti e Valerio ApreaQuello del trio Vendruscolo, Torre e Ciarrapico non è però un apologo lagnoso e qualunquista sui mali della cinematografia nostrana ma un piccolo dissacrante tsunami che travolge e coinvolge, oltre agli inevitabili bersagli esterni, anche gli stessi protagonisti e ideatori del fenomeno Boris. E se è vero che la critica al “cinepanettonismo” ha gioco facile, con l’ironia di secondo grado su peti, rutti ed espedienti di una comicità grossolana, la prospettiva si fa interessante se si considera la produzione Wildside, targata Brizzi e Martani, che sui cinepanettoni si sono formati arrivando poi il più vicino possibile a quel cinema libero, tra industria e libertà creativa auspicato da René e di cui un Reitman, appunto, appare ideale rappresentante.
Ma il modello americano resta lontano, e vive tutt'al più per metonimia negli oggetti (l'Oscar vinto a poker) o confinato al fuori campo, seppur chiassosamente, quando invade l'impegnato set de "La Casta" con i rumori dei suoi roboanti marchingegni.
René alle prese con La CastaTra le opzioni che si offrono al buon René restano soltanto le vette autoriali alla Gomorra del «se capisce e non se capisce» e la lezione di scrittura "cinepanettonica" impartita dall’ottimo Tirabassi agli sceneggiatori specializzati «nell’impepata di cozze», ed è  proprio quest’ultima – seppure in una logica auto-parodica – a sembrare più mirata e cosciente, alla stregua della “riflessione” sul corpo comico portata avanti da Massimiliano Bruno col suo Nando Martellone, che – come anche molti protagonisti dello stesso Boris – vive di tormentoni e di una iconicità che basta a se stessa (e non a caso nell’affastellato montaggio del film finale viene utilizzato con primi piani girati a vuoto che lo colgono nell’espletamento delle sue funzioni: professare indefessamente il proprio sticazzismo agnostico).
Dopo aver smontato il giocattolo della fiction nelle tre folgoranti stagioni andate in onda su Fox, culminanti in una metalinguistica presa per i fondelli di certi fenomeni assurdamente sopravvalutati come Tutti pazzi per amore («io parlo della locura, René, tradizione con una bella spruzzata di pazzia, il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillettes (…) questa è l'Italia del futuro: un paese di musichette, mentre fuori c'è la morte») la mannaia di Boris si abbatte quindi, inclemente e sorniona, sull’acquitrino del cinema italiano, trovando nuovo fecondo materiale: dalla troupe dittatoriale con pedigree alla prima attrice d’élite – una figura quella di Marilita Loy che non chiama in causa solo la Buy ma racchiude tutti i peggiori vezzi delle nostre interpreti d’autore – alla filosofia da “gioco delle tre carte” dell’ambiente produttivo.
Unico caso italiano di serie passata al lungometraggio (è accaduto più spesso il contrario, da Romanzo Criminale a Quo vadis baby?), Boris-il film non subisce un’involuzione nel cambio di medium e appare anzi tanto più riuscito quanto più esplora i nuovi lidi, offrendo il meglio soprattutto nella prima metà, sviluppando le gag più lucide e originali attorno alla fase di pre-produzione e delle riprese in esterni del fantomatico "La Casta", per poi perdere forza nel momento in cui plana su situazioni e personaggi già ampiamente sfruttati dalle stagioni tv. L’unico limite strutturale dell’operazione risiede semmai, nell’eccessiva letteralità con cui le tesi vengono esposte e avanzate: come se tutto dovesse essere sempre troppo comprensibile, troppo spiegato per il più vasto dei pubblici possibili, quando la serie, con la sua comicità irresistibile e non-sense, aveva finalmente sancito come ognuno abbia il pubblico che si merita.

 

Regia: Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo
Interpreti: Francesco Pannofino, Ninni Bruschetta, Antonio Catania, Alberto Di Stasio, Caterina Guzzanti, Alessandro Tiberi, Paolo Calabresi, Carolina Crescentini, Pietro Sermonti, Massimiliano Bruno, Andrea Sartoretti, Valerio Aprea
Distribuzione: 01
Durata: 108’
Origine: Italia 2011