Boy from Heaven, di Tarik Saleh

Un poliziesco oppressivo sulla lotta di potere politico e religioso dove il cinema civile e il giornalismo d’inchiesta non sempre sono in equilibrio. Ma ci sono diversi momenti riusciti. Concorso.

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I muri bianchi, i corridoi, le stanze, le celle. Sono proprio gli spazi a rendere oppressivo Boy from Heaven,  il nuovo film del regista, giornalista e produttore svedese di origine egiziana Tarik Saleh. Il protagonista Adam, figlio di un pescatore, si trasferisce a Il Cairo dove è ammesso nella prestigiosa università di Al-Azhar, centro di potere dell’Islam sunnita. La morte del Grande Iman nel giorno del discorso di benvenuto agli studenti scatena una lotta di potere in cui il ragazzo viene tirato dentro soprattutto da quando un suo compagno di studi è stato brutalmente assassinato.

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C’è ancora un assassinio, come quello della cantante di Omicidio al Cairo, che fa partire un torbido poliziesco sulla caccia al colpevole. Boys from Heaven, come nel cinema politico statunitense degli anni ’70, mette un innocente al centro di un’oscura trama nella quale si trova imprigionato. Saleh gira un film sulla perdita dell’innocenza del protagonista, soffermandosi spesso sui primi piani di Adam, sulla paura di fare o dire la cosa sbagliata, manifestata frequentemente negli incontri clandestini con l’ispettore Ibrahim membro della sicurezza dello Stato, in un bar, dove Fares Fares, dopo Omicidio al Cairo, interpreta ancora un poliziotto che sa indagando su un omicidio.

Potente nelle scene di massa (la preghiera per strada, Adam che si muove in mezzo agli altri studenti) con il cappello rosso, Boy from Heaven risulta imbrigliato nelle troppe trame dove Adam diventa una pedina al centro di un film che punta a mettere a fuoco tutte quelle zone d’ombra del cinema di Pakula ma ha bisogno di troppi dettagli per mettersi in moto. Saleh guarda al cinema civile e, contemporaneamente, al giornalismo d’inchiesta che non sempre riescono a integrarsi. Lo sguardo è lucido, la tensione più diluita e, a volte, si disperde. Lo spaccato della corruzione politica e religiosa procede a intermittenza. Ma il momento della telefonata in viva voce di Adam allo zio mostra tutta la passione di Saleh per il genere in un film che, se era meno controllato e più impetuoso, poteva davvero decollare.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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