Braid – Chimera, di Mitzi Peirone

L’opera prima della regista ed ex-modella italiana emigrata negli States. Horror teatrale al femminile straripante, realizzato con un crowdfunding in cripto-valute. In dvd Blue Swan Entertainment

‘Braid’ è la parola inglese che vuol dire treccia, un’acconciatura diffusissima e oggi modaiola che ha però alle spalle un significato profondo in grado di attraversare trasversalmente epoche e luoghi del mondo. Da sempre metafora del tessere legami, instaurare relazioni. Lo sa bene la straordinaria artista Marina Abramović che nel 1976, in occasione della Settimana Internazionale della performance di Bologna, realizzò assieme al suo compagno di vita Ulay una celebre performance racchiusa in un altrettanto famoso trittico dedicato allo studio del concetto di relazione nello spazio, nel movimento e, infine, nel tempo: in questa messa in scena i due amanti, l’una di spalle all’altro, nuca contro nuca, sono tenuti insieme dai loro capelli intrecciati e costretti a lungo in questa posizione. La treccia è così legame e insieme vincolo, un qualcosa che unisce e costringe, obbligandoti a fare i conti con le emozioni.

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Non è un caso infatti che Braid (Chimera nella versione italiana) sia il titolo e la metafora ossessiva di un originalissimo thriller psicologico dalle tinte horror, primo frutto dell’eclettica creatività di Mitzi Peirone, ex-modella e regista italiana di ventisei anni, partita alla volta degli States appena diciannovenne. Perché una prima chiave di lettura di quest’opera così weird – presentata alla scorsa edizione del Tribeca film festival e passata rapidamente in alcune sale americane -, sta proprio, forse, nel fruire del film come se stessimo assistendo ad una performance a metà strada tra l’arte contemporanea e il teatro della crudeltà. Ma d’altronde questo non dovrebbe stupirci: sulle nostre pagine analogiche e digitali abbiamo infatti notato a più riprese che il nuovo horror d’autore si sta ormai da qualche anno riposizionando, facendosi più intellettuale ma allo stesso tempo più attuale e di consumo, sempre più in grado di tenere coerentemente insieme suggestioni attinte dai repertori più classici e vari delle arti ed il fermento politiche più pulsante e vivo. Un lavoro a più ingressi in cui ritrovare Marina Abramović dunque, richiamata dalle trecce del titolo e della locandina, ma anche, ovviamente, il delirio lisergico, danzante e femminista di Midsommar.

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Si tratta d’un testo dalla trama apparentemente semplice eppur cangiante, pronto ad aprirsi svelando labirintiche trame sotterranee. In uno dei primi capitoli di S/Z, sua personale ri-lettura di Sarrasine di Balzac, Roland Barthes paragona il testo letterario ad un cielo da scrutare e sezionare alla maniera dell’augure per individuarvi «il migrare dei sensi, l’affiorare dei codici, il passaggio delle citazioni» come uccelli in volo. Prendendo ispirazione dal semiologo francese, nell’osservare quest’opera filmica sono molteplici le citazioni da cogliere, appartenenti al cinema, ma anche, come dicevamo, all’arte, alla filosofia, alla letteratura, alla psicanalisi e all’universo del sogno. Protagoniste sono Tilda (Sarah Hay) e Petula (la Imogen Waterhouse vista ne Il Racconto dell’ancella), due ragazze costrette a scappare dalla polizia e ad abbandonare un grande quantitativo di droga che avrebbero dovuto vendere. In una fuga criminale e forsennata, in stile new hollywood, su cui s’innestano reminiscenze del Natural Born Killers di Oliver Stone e omaggi latenti al Nymphomaniac di Lars Von Trier (nella scena del treno), ecco che prende forma il piano per recuperare il denaro: derubare una ricca amica d’infanzia, Daphne (Madeline Brewer), affetta da disturbi psichici emersi a seguito di un incidente avvenuto quando le tre erano solo delle bambine. Ritornare nella grande magione dell’amica equivale però a un viaggio a ritroso nei ricordi distorti dal passare degli anni e dalla psichedelia. Così tra le quattro mura ha inizio un gioco al massacro surreale e carnevalesco tutto al femminile, dove l’eco de La Favorita di Lanthimos è fortissimo, ribadito anche nell’uso (abuso?) del grandangolo e in alcuni accorgimenti della fotografia e del montaggio. Il tutto però in uno scenario tinto di colori pop pastello dal retrosapore punk che ci immergono repentinamente in un’atmosfera che sembra pensata da Harmony Korine. La casa è un luogo della mente che, per usare le stesse parole della regista, «racchiude traumi, paure e sogni dell’infanzia cui loro devono affrontarsi in questa discesa della psiche negli inferi. Siamo sia i rapitori che i prigionieri delle immagini nella nostra mente».

Forte di queste suggestioni e rimandi, Braid si presenta dunque come un oggetto filmico non ben identificato, straripante, ibrido e a tratti sgraziato, sempre in bilico precario tra il kitsch e il camp, ma anche, o forse proprio per questo, coraggioso e ultra-contemporaneo. Un film dal futuro, realizzato grazie al contributo di un crowdfunding in cripto valute. Purtroppo in Italia non c’è stato molto modo di apprezzare questo lavoro, se non per il rapido (e acclamatissimo) passaggio al FIPILI di Livorno nel 2018, prima dell’uscita in dvd con Blue Swan Entertainment di queste settimane, ma Mitzi Peirone ha recentemente annunciato il suo prossimo film, Uncanny, una distopia con Bella Thorne come protagonista. Ancora una volta un titolo parlante perfettamente allineato all’epoca in cui viviamo.

Ecco un’altra cineasta pronta a entrare prepotentemente nel recinto dei generi horror e sci-fi per farne uscire corpi mostruosi. Nel bene e nel male.

 

Titolo originale: Braid
Regia: Mitzi Peirone
Interpreti: Madeline Brewer, Imogen Waterhouse, Sarah Hay
Distribuzione: in dvd con Blue Swan Entertainment
Durata: 82′
Origine: Italia, 2018

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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