Bridgerton, di Chris Van Dusen (e Shonda Rhimes)

Il successo di pubblico della serie Netflix coprodotta da Shonda Rhimes segue le regole di un voyeurismo morboso sostenuto da politically correct e riferimenti pop

Ideato da Chris Van Dusen e basato sui romanzi rosa di Julia Quinn, Bridgerton è un period drama in costume che racconta di una famiglia dell’high society inglese, i Bridgerton appunto, la cui primogenita Daphne ha raggiunto l’età per fare il suo ingresso in società con l’obiettivo di trovare marito. Da questa premessa si sviluppa poi il fulcro della trama, ovvero il suo rapporto d’amore e passione con l’aitante Duca di Hastings, sullo sfondo di una Londra di inizio Ottocento segnata da intrighi, pettegolezzi e scandali.

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Non è un caso che la serie targata Netflix sia stata coprodotta dalla ShondaLand, fondata dalla regina degli showrunner Shonda Rhimes, già creatrice di serie dal successo planetario come Grey’s Anatomy, Scandal e Le regole del delitto perfetto. All’interno di questo contesto, Bridgerton trova la sua collocazione ideale, grazie al cast multietnico che apparentemente tradisce la verità storica dell’epoca.

Stando però alla storiografia, sembra che la regina Charlotte, moglie del re inglese Giorgio III, discendesse da un ramo di origine africana della casata reale portoghese. Da qui nasce la scelta di Van Dusen di rappresentare la nobiltà londinese come una miscellanea etnica in grado di giustificare la proprietà del Ducato di Hastings da parte di una nobile famiglia angloafricana.

Entrata nella top 5 delle serie Netflix più viste di sempre, non è solo il multiculturalismo di Bridgerton ad averne determinato il successo: a renderla ancora più accattivante, soprattutto agli occhi del pubblico giovane, è stata sicuramente la colonna sonora, coi brani di teen icon come Taylor Swift, Billie Eilish, Ariana Grande e Ellie Goulding, riarrangiati in chiave orchestrale dalla Vitamin String Quartet, ai quali si affiancano i pezzi originali scritti da Kris Bowers, che aveva già lavorato alle colonne sonore di Green Book, Dear White People e When They See Us, prodotti accomunati dalla forte tematica black.

Insomma, Bridgerton non nasconde affatto la propria natura politically correct, muovendosi tra inclusione e femminismo antelitteram di matrice janeaustiana (rinnovato solo l’anno scorso con Emma di Autumn de Wilde), tentando di rimescolare e modernizzare i grandi titoli femministi della letteratura e del cinema: dalla chiara ispirazione a Gossip Girl, passando per Piccole Donne (Eloise, sorella minore di Daphne, ricalca perfettamente i tratti di Jo March) e l’anacronismo pop di Marie Antoinette di Sofia Coppola, spolverando il tutto con numerose (e alquanto sciatte) scene di sesso e di nudo che solleticano la curiosità pruriginosa del pubblico.

Tra location lussuose, sfarzose scenografie e costumi (7500!) color pastello, Bridgerton fa da contraltare kitsch all’altrettanto apprezzato The Crown, sempre distribuito da Netflix. E le accuse di mansplaining e di legittimazione dello stupro non sono bastate a frenare i consensi, anzi la serie è riuscita a catturare l’attenzione del pubblico anche (o forse proprio grazie a) le polemiche che ha scatenato e al chiacchiericcio social che ne è conseguito. L’uscita natalizia sulla piattaforma streaming ha poi fatto il resto.

Ma perché allora un prodotto pacchiano e frivolo ha riscosso così tanto successo di audience? Se inizialmente ci si approccia a Bridgerton con una sana dose di scetticismo, è innegabile che le vicende d’amore dell’ingenua Daphne e del tenebroso Simon Basset e i gossip da tabloid di Lady Whistledown col proseguire della storia ci abbiano se non altro incuriosito tanto da concludere la prima stagione, lasciandoci addosso una vaga sensazione di imbarazzo perché il Matrimonio a prima vista della serialità, di fatto, ci stava piacendo.

E il paragone con la TV spazzatura non è un caso, perché l’entusiasmo scatenato dalla serie di Van Dusen segue le stesse regole che stanno alla base del successo di programmi come Temptation Island o Uomini e donne (che Maria De Filippi possa essere la versione italiana di Shonda?): un voyeurismo che solletica la curiosità morbosa degli spettatori. E che presto verrà nuovamente soddisfatto. Proprio negli ultimi giorni infatti è stata confermata una seconda stagione. E noi non vediamo l’ora.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
1 (1 voto)
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