Britannia e la nostalgia di un Impero

“Behold, gods of Britannia. I am Roma. And where i walk is Roma.”

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Nel 43 d.C., quasi un secolo dopo il tentativo di conquista di Giulio Cesare (che si limitò a insediare re tribali alleati e a instaurare un sistema clientelare fedele), su ordine dell’imperatore Claudio, l’esercito romano sbarcò in Britannia per avviare la conquista dell’isola. In pochi anni le truppe romane dilagarono, schiacciarono l’esercito britannico e assoggettarono gran parte dell’odierna Inghilterra, inglobandola come provincia imperiale al dominio di Roma. Nel pieno dei revival epico-storici e delle derive fantasy (alla ricerca del degno erede del morituro Game of Thrones) Sky, per una mirata espansione nel mercato seriale attraverso nuove produzioni originali super-costose, con Britannia decide di portare sul piccolo schermo la lotta impari tra le agguerrite tribù celtiche e la formidabile macchina da guerra guidata dal generale Aulo Plauzio.

Su un primo piano, immediato, Britannia con la sua costruita contaminazione di generi, appare come la sfida tra due tipi di racconti televisivi. Da una parte i druidi celti, le loro magie e il fantasy più scontato. Dall’altro i centurioni romani, le loro spade e il realismo più truculento. In questo scontro, anche per l’epilogo storico che ha avuto, sembra già iscritta la risposta della domanda programmatica degli autori (i fratelli Butterworth e il produttore James Richardson): è finito il tempo delle favole? britannia 2E’ interessante che proprio alla vigilia della fine de Il trono di spade, il più grande evento televisivo, mainstream e di genere del nuovo millennio (non che chiaro modello delle tante aspirazioni narrative di Britannia), un prodotto Sky ci ponga questa questione. Forse è necessario, dopo la fine della saga di Martin, immaginare un nuovo intrattenimento televisivo? E’ ormai chiuso un cerchio fantastico aperto con il Tolkien di Peter Jackson? Britannia, sicuramente, è un prodotto che non ha queste ambizioni, soprattutto visto il livello, volutamente basilare, della sua narrazione. L’ostentazione meccanica di derive oniriche-psichedeliche, la violenza esibita e il semplicismo con cui sono descritti il mondo sociale delle tribù celtiche e dell’esercito romano dimostrano che gli obiettivi sono più commerciali che ideologici.

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Ciò nonostante, il conflitto di generi è solo il primo spunto che Britannia ci consegna, generando, grazie alla scelta di raccontare l’invasione romana, un’importante riflessione. La Storia, e la fiction di conseguenza, è piena di scontri di civiltà. Per millenni, popolazioni più forti ed evolute hanno ritenuto, dietro il “sincero” beneplacito delle proprie divinità, di avere il diritto di espandersi e conquistare terreni e popoli vicini, specie se più semplici, in nome del progresso o di Dio. Che sia l’SPQR, la croce di Cristo o la bandiera a stelle e strisce, i secoli sono gravidi di testimonianza e racconti dei popoli annichiliti, inseguiti e internati per lasciare spazio al Bene primario che, arbitrariamente, è concesso con così generosità dagli invasori agli invasi. Britannia racconta, con tutti i cliché e i trucchi della serialità odierna, gli effetti di uno dei più formidabili e atroci degli imperialismi. L’arroganza delle legioni romane e la fiera consapevolezza di Aulo, generale fortunato, di essere nel Giusto, anche se nel modo più didascalico possibile, sono i simboli britannia 3più immediati di una Storia vera. Sono i terribili ricordi di quando l’aquila imperiale cancellava interi popoli per rispettare il giuramento di supremazia che un popolo aveva fatto all’Imperatore, a Cesare e a Romolo: Roma è il mondo e il mondo deve essere Roma.

Non sappiamo che peso, questi riferimenti, abbiano per uno spettatore (o un autore) inglese. Per un italiano, e soprattutto un romano, vedere la forza di quel “nostro” impero genera qualcosa d’intimo e irrisolto. E’ normale che di fronte alla narrazione mediatica dell’Oggi, incanalata in un’escalation che continua a raccontare che Romafaschifo, l’insulto di Aulo che, tra le fiamme degli alberi sacri e il sangue di druidi trucidati, sfida Dei lontani (“Guardate Dei della Britannia, io sono Roma e dove poso il piede è Roma”) scatena più di un brivido. Scatta, infatti, il piacere della rivalsa contro l’odiata Europa e il monopolizzante mondo anglosassone. Rivive in noi un mal riposto senso di orgoglio per quello che eravamo (e non importa che a considerare “italiano” l’impero romano si faccia una forzatura alquanto infantile) e che non siamo più. Nascono quelle patetiche nostalgie (su cui si sono sfamati i nazionalismi di ieri e di oggi) di una potenza antica e totale. Britannia e i suoi “eroi” romani, ci mettono di fronte alla nostra cattiva coscienza, il rimpianto per non essere più quelli con la forza, quelli che conquistano. L’ultimo, triste, rifugio di chi, sognando l’Impero, si conferma l’abitante della provincia più sciagurata.