Brunello, il visionario garbato, di Giuseppe Tornatore
Tra campagne, memorie e ambizione, Brunello, il doc del regista svela l’uomo dietro il marchio: un imprenditore che costruisce bellezza dialogando con la terra e i propri ricordi. In sala da oggi
Nel marasma di immagini, sensazioni e parole contenute a fatica da Brunello, il visionario garbato, nuovo documentario di Giuseppe Tornatore dopo lo straordinario, vertiginoso e in qualche modo perfino crepuscolare Ennio, ci sono almeno due tracce di pensiero d’innegabile immediatezza, capaci di generare dibattito e riflessione, oltreché stupore: il ritorno alla campagna – più in generale alla natura – e la forza salvifica, spirituale ed emotiva del dialogo tra le parti. Il quale non deve mai venire meno, semmai eccedere, in nome d’un obiettivo via via più importante, se non addirittura definitivo: il ritorno all’umanità, quella vera e profonda, a scapito del gelido distacco della macchina che produce instancabilmente, ma non empatizza, né tantomeno si nutre di stelle, contatto con la terra, silenzi e cultura.
Brunello Cucinelli – che non ha certo bisogno di presentazioni – produce e guida lo spettatore tra luoghi, ricordi, suggestioni e malinconie d’una intera vita, sospesa sempre tra la leggerezza d’un eterno ragazzo e l’immersione profonda negli stati emotivi dell’individuo e ancora della società tutta; agita, questa volta, da un uomo che prima si è fatto imprenditore, divenendo poi filosofo, poeta e costruttore, nonché cultore senza pari del patrimonio artistico e storico dei propri luoghi d’appartenenza, rifugio tanto della mente e del corpo dello stesso Cucinelli quanto del marchio aziendale, che lì resta da sempre, forte della pace delle campagne e dei vigneti e ancora dell’amore assoluto scaturito dal significato profondo dell’appartenenza a un luogo, che è quello della famiglia e delle proprie radici.
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Là dove il caos non si fa sentire, né tantomeno vedere, Cucinelli sottolinea giustamente l’importanza dell’altrove e dunque della natura, sempre visibile allo sguardo dei suoi collaboratori, mai estranei o, peggio, distanti dall’effettivo ed incessante scorrere del tempo. Le finestre sono ovunque e così la luce, poiché oltre il lavoro c’è la vita: ed è bene tenerlo sempre a mente, limitando l’inutile e dannoso stress del logorio professionale, oggigiorno venduto come condizione inevitabile per il raggiungimento del successo, tanto nei luoghi di lavoro quanto sui social.
Cucinelli, che viene dalle regole semplici – talvolta dure e spietate, altrimenti dolci e protettive, se non addirittura materne – della campagna, sa bene che il punto d’arrivo non sarà mai importante come quello d’origine. Tornatore dà vita qui a un vero e proprio kolossal sulle orme della poetica contadina, talvolta realista, altrimenti magica, propria di Ermanno Olmi, i fratelli Taviani, Bernardo Bertolucci, dello stesso Tornatore e più recentemente di Alice Rohrwacher. Ecco perché il doc torna spesso al coming of age, alle complessità di chi ha dovuto rinunciare alla terra per raggiungere i palazzi e una vita più sicura, ritrovando invece l’annullamento di quest’ultima, oltreché della felicità e della spensieratezza. Da qui il garbo, la gentilezza, l’appartenenza pacata all’emotività solida e talvolta cupa e fragile, di un uomo sempre appassionato ma soprattutto riflessivo e ancorato al ricordo: che pesa, e comunica.
Dunque, i due nodi discussi in apertura si intrecciano tra loro più e più volte, dialogando con le complessità dell’oggi, con lo spaesamento giovanile, tra le altre cose, e la necessità furiosa – e spesso mal assorbita, oltreché compresa – d’identificare prima del tempo una propria via. Fino a sciogliersi definitivamente nel corso d’una lunga serie di interviste, riflessioni ad alta voce e ancora silenzi. Non sempre l’interesse è effettivo, considerata la natura – o, per meglio dire, il linguaggio – parzialmente “istituzionale” del doc in questione; eppure lo strano duo Tornatore/Cucinelli funziona.
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Sarà per la partita a carte, per lo sguardo psicoanalitico sulle immagini, le parole e i fatti d’un uomo come tanti, che s’è costruito da sé, emergendo senza boria alcuna nel caos creativo degli ultimi cinquant’anni di storia italiana. Sarà per quel bambino che danza sotto la neve mentre tutto attorno la campagna osserva, silenziosa e ancora una volta protettiva. Con pacatezza, o meglio garbo, Cucinelli si racconta a noi e a Tornatore, che non sempre appare, ma quando lo fa è una meraviglia assoluta. Sul ritorno alla terra e l’importanza della memoria.
Regia: Giuseppe Tornatore
Con: Brunello Cucinelli
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 120′
Origine: Italia, 2025























