Bussano alla porta, di M. Night Shyamalan

Come direbbe Bob Dylan, Shyamalan è uno che paga il conto. E se ancora non ci fosse chiara la questione, ecco che torna con una nuova variazione sul tema, quasi la versione country di Servant

--------------------------------------------------------------
CORSO ESTIVO DI CRITICA CINEMATOGRAFICA DAL 15 LUGLIO

--------------------------------------------------------------

Nel suo straordinario, recente Filosofia della Canzone Moderna, Bob Dylan dedica uno dei capitoletti migliori a Without a Song di Perry Como. “Perry Como è uno che paga il conto”, dice Dylan. “Non c’è artificio, nessun tentativo di forzare una sillaba spalmandola su troppe note”. Ecco, M. Night Shyamalan è un altro che paga il conto, ragazzi. E se ancora non vi fosse chiara la faccenda, eccolo che ritorna ancora una volta a cantarci la sua canzone, senza bisogno di forzare le sillabe spalmandole su troppe note. Come scrive sempre Dylan, “chi tiene un fulmine in tasca non ha bisogno di vantarsi”. E Bussano alla porta è esattamente quel tipo di film che tiene un fulmine in tasca, e non ha bisogno di vantarsene aggiungendo orchestrazioni sopra l’essenziale, come “una Cadillac prima delle pinne posteriori”: “si presenta in scena, piega un poco la testa per ascoltare meglio il gruppo, sta davanti al pubblico e canta… E la gente davanti a lui è trasformata”.
Lo capisci già all’inizio quando il personaggio di Dave Bautista si guarda dietro le spalle, nel primo colloquio con Wen, la bambina, e ogni cosa in quel bosco assume la forma di un presagio, dal vento che muove i fili d’erba, alla luce che filtra dalle chiome degli alberi. Arriveranno i fulmini, perché Shyamalan è uno che paga il conto, e se non sono bastati Split, Glass e Old a illustrare il tema, è il caso di cantarne una nuova variazione: da questo punto di vista, questo ultimo film è innanzitutto legato alla struttura-messa-a-nudo di Servant, l’incredibile serie AppleTv+ tenuta a battesimo dal cineasta, e appena giunta alla quarta stagione (da cui proviene anche l’ormai feticcio Rupert Grint).
Lo chalet di Bussano alla porta è la versione country dell’appartamento di Dorothy e Jericho della creatura seriale di Shyamalan: anche se con l’andare degli episodi abbiamo iniziato a conoscere i dintorni della casa dei Turner, il fulcro dell’azione rimane invariabilmente la loro abitazione, le cui camere e corridoi sembrano mutare spazi e forme a seconda delle angolazioni (un po’ come la verità intorno a cui gira instancabilmente la serie da più di trenta puntate), e che da anni ormai resistono agli attacchi degli agenti atmosferici e non solo (cimici, tarme, infiltrazioni da sorgenti sotterranee e presenze da fuori) che ne stanno lentamente erodendo le fondamenta. Le aperture verso l’esterno sono delegate allo schermo del televisore in salone, che si accende da solo (è il timer del recorder) come fosse una manifestazione divina – e magari lo è, dato che spesso i servizi giornalistici che passa la tv nascondono indizi utili a decifrare quanto stia accadendo anche al di là dello schermo.

--------------------------------------------------------------
CORSO DI PRODUZIONE E DISTRIBUZIONE CINEMATOGRAFICA: ONLINE DAL 15 LUGLIO

--------------------------------------------------------------

----------------------------
UNICINEMA QUADRIENNALE:SCARICA LA GUIDA COMPLETA!

----------------------------

E pure Bussano alla porta gira intorno alle rivelazioni (nel senso letteralmente apocalittico del termine) contenute nelle immagini televisive veicolate dal monitor televisivo nella casa nel bosco dove si svolge – e poi, come da prassi con Shyamalan, si inerpica tra le tracce nascoste nei nomi, nei colori degli abiti dei personaggi, nei loro documenti, nei flashback fumosi. Chi volesse, può perdere tempo con le easter egg sparse verosimilmente dappertutto, tra le maglie dell’apparato. Per il resto, non si esce dal teorema, non ci si muove dall’enunciato di partenza, non si sfugge alla dimostrazione pratica dell’assioma. Ogni scelta è un atto di Fede, ma la Fede ahinoi non si basa mai su elementi concreti, dimostrabili, razionali. È per questo che tutto quello che non è stato salvato verrà perduto, come diceva la schermata di spegnimento Nintendo prima che diventasse un meme.
Per tornare a Dylan su Perry Como, Shyamalan “senza la canzone non ha niente, e questa è la canzone che canta”: gli elementi naturali che si riprendono tutto (ancora inondazioni, ancora acqua), il gioco esplicitato dei ruoli sulla scena (la guida, la guaritrice…), le sette di illuminati, la lotta contro il tempo, la sensazione che ci sia qualcosa di nascosto sotto ogni informazione che il film produce – l’hai visto anche tu quel riflesso nello specchio a forma di oblò? Era solo un lens flare oppure un messaggio da parte di un’entità superiore? Il nostro sguardo è in costante differita, come la tv nei confronti di questo presente in diretta continua  È davvero allora venuto il giorno? Qualcosa che forse parla la lingua di pandemie da virus, attentati ad aerei che cadono dal cielo in picchiata, il terrore costante in cui vivono le famiglie omogenitoriali, il clima che impazzisce.
Un’allegoria politica? L’orso è là fuori nel bosco anche se non lo vedi, lo sanno anche i bambini. Non c’è molto altro da dire, e M. Night Shyamalan non ha ancora finito di presentarci il saldo. Come direbbe proprio il personaggio dell’immenso, dolente Dave Bautista del film: all’umanità non resta che pagare il conto.

Titolo originale: Knock at the Cabin
Regia: M. Night Shyamalan
Interpreti: Dave Bautista, Rupert Grint, Nikki Amuka-Bird, Jonathan Groff, Ben Aldridge, Abby Quinn, Kristen Cui, William Ragsdale
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 100′
Origine: USA, 2023

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
Sending
Il voto dei lettori
2.6 (35 voti)
----------------------------
SCUOLA DI CINEMA TRIENNALE: SCARICA LA GUIDA COMPLETA!

----------------------------

    ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI SENTIERI SELVAGGI

    Le news, le recensioni, i corsi di cinema, la riviste, i libri, gli eventi e tutte le nostre iniziative