Caina, di Stefano Amatucci

Notevole opera prima che trasfigura sul registro allegorico e surreale, fantapolitico e visionario, uno dei drammi sconvolgenti del mondo contemporaneo: l’immigrazione. In tour nelle sale italiane

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Gli stranieri sono come le nuvole che diventano nere con la sera. Quando mia madre mi disse che i tuoni venivano dalle nuvole mi facevano piangere ogni volta che li sentivo, portavano fastidi, ansie, umidità. Ecco, gli stranieri sono come l’umidità che ti entra nelle ossa e nemmeno ti accorgi del male che ti fanno perché stai guardando la pioggia”.

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Vincitore del Paris Lift-Off Film Festival 2017 come “best feature film”, nomination tra i cinque migliori film al Global Lift-Off Film Festival di Londra 2018, selezionato per Il progetto Off The Wall Expanded: Across The Line, unico film italiano tra i sei selezionati in tutta Europa che viaggeranno in sei diversi paesi dell’Unione per promuoverne la visibilità e l’accessibilità con il sostegno dell’agenzia “Creative Europe”, Caina è la prima produzione della giovane società di produzione cinematografica indipendente Movieland, fondata nel 2015 da Salvatore Suarato e Filomena Palomba. La pellicola segna l’esordio nel lungometraggio di finzione del cinquantaduenne regista cinematografico, televisivo e teatrale Stefano Amatucci, già assistente e aiuto-regista di lungo corso, tra gli altri, di Lina Wertmüller (Sabato, Domenica e Lunedì, 1990; Io Speriamo che me la Cavo, 1992), Marco Tullio Giordana, Elvio Porta, Duccio Camerini, Vincenzo Verdecchi e Giulio Base. Autore di due cortometraggi, In uno Spazio Stretto – che si è aggiudicato il “premio del pubblico” al Cortinametraggio 1997 – e Mi Chiamo – sviluppato e realizzato nel Centro Penitenziario di Secondigliano con la collaborazione dei detenuti del “Reparto Verde”, della RAI di Napoli e del Ministero di Grazia e Giustizia – Amatucci ha esordito come sceneggiatore nel film Nottataccia (1992) di Duccio Camerini e come regista televisivo, nel 1998, con il più longevo e popolare real drama italiano prodotto dalla RAI e Fremantle Media, Un Posto al Sole. Ha diretto negli anni diverse serie televisive di vario genere (La Squadra, Agrodolce, Un Giorno per Sempre, Cuori Rubati, Camici Bianchi), mentre per il teatro ha portato in scena, tra gli altri, testi di Manlio Santanelli (Per Disgrazia Ricevuta), Ray Cooney (Se devi dire una bugia, dilla grossa), Luciano Nattino (Van Gogh), Maurizio De Giovanni (Limbo Cafè).

Il soggetto è liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Davide Morganti (Fandango Libri, 2009) e, prima della trasposizione cinematografica, aveva dato vita ad un adattamento teatrale – sempre con la regia di Amatucci, la sceneggiatura di Morganti e con interpreti principali la sorella del regista, Luisa Amatucci, e Gabriele Saurio – presente nel cartellone della rassegna teatrale Benevento Città Spettacolo del 2012. Nel testo letterario di Morganti, tratto da un suo racconto del 1997, La Malagrazia, divenuto poi romanzo su sollecitazione dello scrittore, giornalista e sceneggiatore Diego De Silva e pubblicato grazie all’interesse di Roberto Saviano e Mario Desiati – Caina, al secolo Vincenza, è una killer professionista al soldo della camorra, “specializzata” in agguati e attentati contro gli immigrati e gli stranieri. Nel film – unica pellicola italiana in concorso al 20° POFF Tallin Black Night Film Festival nella sezione internazionale “Opere Prime” – la protagonista subisce un’ulteriore evoluzione, trasformandosi da spietato sicario in un cinico e sprezzante “segugio di cadaveri”.

L’idea del film – spiega Stefano Amatucci – nacque nel 2009, la sceneggiatura nel 2010. Una notizia di cronaca mi colpì molto: la preoccupazione di un sindaco siciliano per gli sbarchi che avrebbero rovinato la stagione estiva. Era evidente che non vi era in lui nessuna percezione della tragedia umana, ma solo la consapevolezza della tragedia economica, perché era minata l’immagine dell’isola. Non erano yacht ad approdare, ma squallide carrette ed i suoi equipaggi non erano starlette o stelline, imprenditori o sceicchi, stranieri con abiti firmati amati dai gossip, ma gente vestita male che puzzava di miseria e disperazione. Gente che scappa da miserie, dittature, guerre e vede nell’Italia – e nell’Europa – la loro speranza che giorno dopo giorno però si sbriciola, chiusi nei campi di prima accoglienza, e poi si spegne del tutto una volta usciti perché o costretti a nascondersi e vivere da clandestini o rispediti nell’inferno da dove sono venuti. All’epoca, l’immigrazione non era un argomento che interessava particolarmente all’opinione pubblica e ai media. Io cominciai ad approfondirlo e in breve tempo mi si è aperto un mondo: l’Italia e l’Europa erano sedute su un serbatoio esplosivo e non bisognava essere particolarmente geniali per intuirlo. Poi lessi Caina di Davide Morganti, mi folgorò soprattutto la protagonista del romanzo: la vedevo esistere realmente, intorno a me, per strada, nei negozi, in televisione, sui social. Caina, purtroppo, esisteva ed esiste, eccome se esiste! Probabilmente sentivo in cuor mio l’esigenza potente, dopo anni di televisione e di televisione commerciale, di dedicare uno spazio della mia vita e della mia creatività ad una riflessione profonda e radicale, senza preconcetti né timori. Con Morganti abbiamo quindi scritto uno spin-off ispirandoci alla sua protagonista: facendole vivere una storia, sicuramente tragica, ma  calata in una realtà distopica visionaria, allucinata. Una storia che racchiude le angosce dell’uomo comune e la sua ordinaria follia. La questione dell’emigrazione è diventata, in Occidente, una delle malattie del nostro tempo, una minaccia che provoca avversione, rabbia, timore; qualcosa da cui difendersi e non da curare secondo le idee illuministiche e progressiste a cui dovremmo essere stati educatiÈ un paradosso, ma l’odio pare essersi trasformato in una forma di superiorità culturale che cerchiamo di imporre a giustificazione di ogni atto, quasi fosse una delle punte più avanzate della nostra civiltà”.

Caina (Luisa Amatucci) trascorre le notti in spiaggia dove svolge un lavoro particolare, è una “trovacadaveri”: il suo compito è quello di recuperare i corpi annegati degli immigrati che dall’Africa cercano di arrivare in Italia e che il mare riversa sulla riva. I cadaveri arenati vengono, poi, dissolti nel cemento in un centro di smaltimento statale. La donna guadagna 15 euro lordi su ogni cadavere, per lei gli immigrati sono solo corpi senza umanità su cui lucrare. In passato era una killer su commissione, uccideva con freddezza e agiva con disprezzo perché il suo è un animo violento, xenofobo, capace di un odio viscerale per tutto ciò che non appartiene alla sua lingua, alla sua razza, alla sua religione. Nel frattempo anche un gruppo di immigrati irregolari, tra cui Nahiri (Helmi Dridi), tunisino, per sopravvivere lavorano come “trovacadaveri”, ma in modo illegale. Anche loro vanno in giro rubando dalle rive i corpi senza vita degli immigrati, vendendoli sottobanco al centro di smaltimento grazie alla connivenza della sua dirigente, l’anziana signora Ziviello (Isa Danieli), che opera nel malaffare. La merce è difficile da recuperare, così gli abusivi decidono di annegare a mare quelli che arrivano vivi. Nahiri non ci sta, abbandona il gruppo e decide di mettersi al servizio della donna. Tra i due, che si annusano, diffidenti, come belve e che appaiono stretti in una morsa tra incomprensione, rabbia, solitudine ed intolleranza, si instaura un rapporto ambiguo e dagli esiti imprevedibili, assediato da un mare portatore di morte e rimpianti.

In un indefinito e desolato limbo di acqua e sabbia (la pellicola è stata girata tra il tratto di spiaggia nelle vicinanze di Punta Penna, location tra le più suggestive della costa vastese, Varcaturo, Villaggio Coppola e Fusaro in Campania), di sangue e cemento, popolato di un’umanità che sembra uscita dalle “terribili” illustrazioni di William Blake o di Gustave Doré per la Commedia di Dante, il regista napoletano mette in scena uno dei drammi politici, economici e, soprattutto, socio-culturali più attuali, sconvolgenti e dolorosi della civiltà contemporanea. E sceglie di farlo con una voce nuova, diversa, peculiare, evitando di affidarne il racconto ad un registro documentaristico – punto di vista spesso privilegiato per rappresentare la problematica dell’immigrazione, basti pensare a Terraferma di Emanuele Crialese (2011) e, soprattutto, a Fuocoammare di Gianfranco Rosi (2016) – o ad un prodotto a metà tra inchiesta giornalistica e cronaca realistica. Amatucci immerge infatti la narrazione in uno spazio angusto e in un tempo immobile, trascinandola su di un piano allegorico, denso di simboli, in cui la stringente e “necessaria” concretezza del tema rappresentato fa a pugni con la disturbante e disorientante astrazione della confezione scenica, imbevuta di momenti fortemente teatrali e caratterizzata da una personalissima rivisitazione delle tradizionali unità drammaturgiche aristoteliche. Le albe sono uguali ai tramonti, i giorni hanno la cupezza, a tratti gotica, delle notti senza luna, il passato è un’ombra affilata che inficia inesorabilmente il presente e lo costringe in una piatta deriva senza futuro. Non sembra, dunque, avere importanza tracciare precise coordinate di luogo e di tempo a determinare “storicamente” gli sviluppi di una “meccanica esistenziale” tanto irredimibile da assurgere a paradigma, ad emblema, a simbolo inquietante, nella sua resa visionaria ed immaginifica, di un’umanità diremmo hobbesiana, senza scrupoli e sottomessa alle più elementari leggi di una “struggle for life and death” che richiama certo darwinismo sociale di matrice spenceriana. Per certi versi, Caina ricorda il biblico Leviatano che “fa ribollire come pentola il gorgo, fa del mare come un vaso di unguenti. Nessuno sulla terra è pari a lui, fatto per non aver paura. Lo teme ogni essere più altero; egli è il re su tutte le bestie più superbe” (Libro di Giobbe, 40:25-32, 41:1-26), divenuto nella tradizione filosofico-letteraria, a partire proprio dalla dottrina del britannico Thomas Hobbes (Leviathan, 1651), l’allegoria dello Stato moderno e del suo potere assoluto, necessario al mantenimento dell’ordine e della pace sociale.

Attraverso un’occupazione odiosa e dis-umanizzante, la donna “draga” il mare e le coste, ripulendoli dalle carcasse e dagli involucri organici di una “popolazione della disperazione” che parla cento lingue diverse e crede in cento divinità diverse, ma che diventa un indistinto senza patria e, soprattutto, senza Dio agli occhi di uno Stato distopico e futuristico soltanto nella messinscena surreale e nelle intenzioni fantapolitiche degli autori, ma, a ben vedere, assolutamente reale e tangibile. Uno Stato che collide e collude con il malaffare, i cui tentacoli sotterranei sortiscono effetti quanto mai superficiali; una struttura gerarchica ed autoritaria che richiama spaventosi simulacri del passato (la mediocre e luciferina signora Ziviello pianifica lo smaltimento dei cadaveri con uno zelo burocratico che fa venire in mente le strategie di Adolf Eichmann per la “questione ebraica” e, al tempo stesso, con una coscienza ambigua e sporca che non può non ricordare tanta parte della classe politica, di ieri e di oggi) e della quale Caina è soltanto una propaggine, per quanto riottosa e insofferente. La sua è un’opera di catalogazione, inventariazione e pulizia in questo “museo degli orrori” a cielo aperto che è il Mediterraneo (soltanto l’accento partenopeo della protagonista suggerisce una più chiara collocazione geografica), laddove l’acqua si imbeve di sangue e il sangue, misto alle ossa, si sostituisce alla calce, impregnando fondamenta di edifici, muri maestri e pilastri portanti.

La dimensione visionaria e il registro surreale della pellicola sono probabilmente debitori del precedente adattamento teatrale del soggetto, con una massiccia presenza di monologhi fuori campo ad “illustrare” comportamenti e squarci della vita della protagonista, e di dialoghi paradigmatici del tutto privi di riferimenti storici e cronologici, il tutto estremamente funzionale ad una rappresentazione “esemplare” di certa cultura e di determinati meccanismi psicologici, validi per ogni epoca e presso qualsivoglia comunità, ad imperitura testimonianza della paura dell’altro, del diverso, dello “straniero”. Una favola nera, la definisce il regista, che affonda le radici nella notte dei tempi, e dei lumi, con personaggi che incarnano luoghi comuni e strutture mentali ancestrali, angosce ataviche, dinamiche di azione e reazione tanto elementari nella loro insussistenza critica ed ignoranza primitiva quanto moderni nella loro (presunta) necessità di autoaffermazione, culturale e biologica, e deriva ideologica. E il fuoco, reale e drammaturgico, di questa tragedia umana, di questo “scacco della ragione”, ha lo stesso nome della prima delle quattro zone in cui è distinto il nono cerchio dell’Inferno dantesco, nella quale sono puniti i traditori e gli assassini, nel fatto o nell’intenzione, di qualche loro congiunto di sangue. La fratellanza tra i popoli e le etnie, timidamente evocata da Nahiri in uno dei numerosi diverbi con la protagonista, viene schernita, respinta e “dissanguata”, di significato e di materia organica; il fratello che lo stesso Nahiri riconosce, annegato, sul finire della pellicola, è già cadavere destinato alla terra (o al cemento, non è dato scoprirlo). In questa bolgia dantesca di sciacalli e serpi, Amatucci dispiega alcune trovate sceniche di fortissima pregnanza simbolica e di notevole impatto visivo ed emotivo, come la sequenza in cui il mare avvolge tra i suoi flutti una Vincenza vestita a lutto, simile ad una Medusa pietrificata, e si cosparge progressivamente di cadaveri affioranti in superficie, con la macchina da presa che dal livello dell’acqua sale lentamente verso il cielo a comporre un’autentica illustrazione infernale. Le apparizioni, fantasmagoriche eppure in tutto e per tutto reali, di alcuni morti annegati al cospetto della loro “catalogatrice” rappresentano un altro elemento sui generis per una pellicola che tratta dell’immigrazione, conferendo alla rappresentazione un sinistro fascino gotico ed uno spessore drammatico da tragedia classica (dalla Medea di Euripide al teatro shakespeariano). Soprattutto, è in questi frammenti surreali, diremmo quasi pasoliniani, che la protagonista sembra lasciar trasparire barlumi di umanità, quasi a far riaffiorare traumi, familiari e sentimentali, del passato per esorcizzarli e recuperare una qualche traccia di empatia e di umanità. Ed è proprio questo che fa di Caina un personaggio femminile tra i più interessanti del panorama cinematografico italiano degli ultimi anni (“è una sorta di sacerdotessa della morte che dispensa la propria maledizione ai corpi abbandonati con cui a volte parla e che ogni tanto negli incubi sente parlare, lamentarsi delle loro paure, sofferenze, angosce e delusioni”, racconta il regista), un villain accecato dall’odio e dal pregiudizio, eppure tormentato e scosso da sentimenti e pulsioni frementi, una eroina malvagia tragica e disperata. Sicuramente, un personaggio più autentico del sacerdote che la apostrofa e ne condanna le sentenze razziste e blasfeme alla luce della parola del Dio dei cristiani, ma che non esista ad umiliare la donna di servizio di colore, imbrattando con incedere tronfio il pavimento della chiesa appena pulito. Il tunisino Nahiri sembra l’unico, vero diaframma di umanità tra lo schermo e il pubblico, in un campionario di tipi senza coscienza e senza dignità, irrimediabilmente corrotti dal male: si rifiuta di essere complice di quella “doppia morte” a cui il gruppo di “trovacadaveri abusivi”, di cui in origine fa parte, sottopone corpi già morti e corpi ancora vivi ma destinati ad una morte “socio-culturale”; soprattutto, “impegna” Caina in uno sfibrante confronto sulle radici del di lei razzismo, sul significato autentico di Islam, sulle speranze e i sogni che animano i disgraziati che attraversano il Mediterraneo. Proprio attraverso queste “sfide” dialogiche, non sempre pienamente approfondite, i due personaggi acquistano vigore e personalità, quasi una dignità umana che sembrava seppellita sotto strati di dolore e disperazione. E, tra un insulso reality alla televisione (efficacissimo momento di “verità” e di registrazione dell’attualità in una dimensione spesso metafisica e visionaria) e qualche sporadico atto di clemenza reciproca, sembrano respirare anche lo iodio di un mare che non è solo cimitero e fonte di macabro guadagno, sembrano riappropriarsi anche dei propri impulsi sessuali e riconoscersi come “uomo” e “donna” al di là di culture, razze e credi religiosi. Ma lo stesso Nahiri non è un esempio di bontà, ha affinato le sue doti e il suo intuito attraverso una lunga “esperienza sul campo”, non esita a trarne frutto per arrotondare i suoi guadagni, ma appunto per questo è “più uomo tra gli uomini”, perché ognuno di noi è fatto di mille sfumature diverse, è capace di slanci altruisti come di cattiverie gratuite. E il finale, altrettanto teatrale nella sua veste di nemesi personale, storica e politico-sociale, lo sta a dimostrare.

Una nota di merito va a tutto il cast tecnico, a partire dal montaggio frenetico e segmentato, pure di vocazione teatrale, di Paco Centomani, efficace nel mostrare l’incubo e subito dopo nel farlo evaporare, attraverso la fotografia de-saturata e pittorica di Roberta Allegrini e Rocco Marra, virata su tonalità brune e argentee a disegnare un crepuscolo eterno e tenebroso come l’umore e la dannazione dei vivi e dei morti, fino alle solenni note delle Laudes Creaturarum di Vito Ranucci, che sembrano trasfigurare in un canto francescano di vita la liturgia della disperazione e l’ottusità di un’umanità derelitta. Ottimo anche il cast artistico, in particolare una notevole Luisa Amatucci, capace di infondere alla protagonista una debordante carica di disprezzo e di odio e, insieme, uno spessore drammatico che ne fa vibrare i tratti spigolosi – anche fisici – ed emergere, sia pure in nuce, tutta la profonda lacerazione interiore, la disperata solitudine, la rabbia per una vita difficile e, forse, ingiusta. E se per una veterana del teatro e del cinema come Isa Danieli è piuttosto facile caratterizzare un personaggio odioso e abietto come la signora Ziviello, Helmi Dridi conferisce al suo Nahiri il giusto equilibrio tra fragilità e determinazione, mentre Gabriele Saurio appare credibile, proprio nel suo essere un tantino sopra le righe, nel ruolo dell’“abusivo” moldavo Taurul.

La componente teatrale e surreale è, insieme, pregio e limite della messinscena di Amatucci: nel momento in cui ne segna la peculiarità narrativa e ne precisa la dichiarazione d’intenti lirica e simbolica, ne tarpa irrimediabilmente alcuni possibili sviluppi dialogici e comunicativi. A risentirne è soprattutto la sceneggiatura che, nonostante lo sforzo compiuto dagli autori nel riadattare per il grande schermo un testo letterario e teatrale, non sembra sfruttare appieno le specificità del linguaggio cinematografico, arricchendo e sviluppando oltre misura la componente scenica e visiva a scapito di qualche dialogo poco efficace e dalle potenzialità inespresse, specie nel confronto tra Caina e Nahiri e nella definizione del personaggio dell’immigrato tunisino. Ma si tratta di difetti o, meglio, di rischi che il regista ha messo in preventivo e che si è pienamente assunto nel momento in cui ha deciso di “portare” il soggetto dal teatro al cinema e che, in ultima analisi, non intaccano affatto un’opera prima di assoluto valore e che rappresenta un’indubbia novità, concettuale e stilistica, nell’attuale cinema italiano.

Per info e aggiornamenti sul tour intrapreso da Caina attraverso le sale cinematografiche italiane: www.moovioole.it

Regia: Stefano Amatucci

Origine: Italia, 2016

Interpreti: Luisa Amatucci, Helmi Dridi, Gabriele Saurio, Isa Danieli, Nadia Kibout, Mario Porfito

Distribuzione: mOOviOOle

Durata: 89’

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