"Camille Claudel, 1915", di Bruno Dumont

juliette binoche camille claudel 1915 bruno dumontBruno Dumont adatta il suo stile non narrativo al volto della Binoche, i cui primi piani risultano specchio della struttura stessa del film. Un eterno presente dove gli atti quotidiani riempiono il vuoto di una reclusione forzata, in attesa della salvezza. 

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juliette binoche camille claudel 1915 bruno dumontBruno Dumont, da sempre abituato a lavorare con non-attori, adatta il suo stile rarefatto al volto della Binoche, che domina la maggior parte delle inquadrature. La centralità dei primi piani di Camille è uno specchio della struttura stessa del film. Lasciando inizio ed epilogo alla parola scritta, le immagini vivono in un eterno presente, l’infinito attimo vissuto da Camille per trent’anni all’interno di un manicomio, il suo volto al centro dell’inquadratura, e ai lati il vuoto. Passato e futuro perdono di significato, nell’attesa della salvezza, riposta nella visita del fratello Paul, carnefice con la corazza d’angelo custode.

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Il confronto fra Camille e Paul sembra sintetizzarsi nei brevi istanti in cui i rispettivi corpi vengono mostrati impietosamente. Della fisicità di Camille ne abbiamo uno scorcio nei primi secondi del film. Un corpo sfatto, incorniciato di sporco, riluttante il tempo necessario a dare spazio alle ultime pulsioni di resistenza verso la sua incomprensibile reclusione, poi sopraffatto. Per tutto il tempo restante, di Camille vedremo solo il viso, esangue, i cui punti di fuga naturali sembrano i rossi cerchi di orbite e narici, entrambi rotti di lacrime, le uniche zone in cui sembra ancora scorrere del sangue. Il corpo straripante del fratello, intento a scrivere il suo diario a torso nudo, quasi suggerisce che da un momento all’altro la penna d’oca possa bucare la tenera carne di Paul e sostituire all’inchiostro il sangue, che scorre in abbondanza nelle grosse vene sporgenti che corrono sotto l’epidermide. Quando i due si incontrano,  la compostezza irreale del viso di Paul cozza con la maschera irregolare di Camille. L’ incontro ha la parvenza di una lotta che si dispiega attraverso parole, ma esse si adombrano quando l’inquadratura stringe in maniera asfittica sui volti dei due personaggi, vero campo di battaglia della scena.

 

jean-luc vincent camille claudel 1915 bruno dumontCamille, dietro al fremito delle sue palpebre o delle sue narici, cela l’irrequietezza di chi ha abbracciato il nulla. Frenetica, si muove in un non-luogo scollato dalla realtà, dove tutto è relegato al fuori campo. I rumori della guerra non sono udibili, l’arte non riesce a sgorgare dalle mani della scultrice, così come Dio fatica a manifestarsi, seppur invocato dai volti incorniciati di nero delle suore. Nonostante la reclusione della protagonista, la sensazione di prigionia non è data dai limiti spaziali del manicomio. È evidente in breve che tanto le pareti quanto la vastità del cielo rimangono stretti a chi non può accontentarsi di vivere e basta. E proprio le scene in esterno, all’apparenza così sconfinate, sono quelle dove il silenzio si fa più opprimente.

 

In un unico momento l’occhio della macchina da presa svela il suo essere meccanico, quando la luce rifratta sovrasta il volto della Binoche per pochi secondi che sembrano durare in eterno. Un attimo fugace che si slega dal rigore formale che avvolge l’intero film, e nell’annullarsi del volto dell’attrice si respirano gli unici secondi di libertà possibili.

 

 

Regia: Bruno Dumont
Interpreti: Juliette Binoche, Jean-luc Vincent, Emmanuel Kauffman,  Marion Keller, Robert Leroy
Origine: Francia, 2013 
Durata: 95’

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