Candyman, di Nia DaCosta

Sotto l’egida del produttore Jordan Peele, il nuovo capitolo guarda al capostipite per rinnovarne e aggiornarne le urgenze, dando vita a un cinema di doppi che portino a galla la verità del presente

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La ripetizione per invocarlo non è stata particolarmente propizia con Candyman, che all’eccellente capostipite di Bernard Rose aveva affiancato due seguiti di qualità decrescente. Almeno finché a prendere in mano le redini della saga non sono arrivati Jordan Peele e Nia DaCosta, con un quarto capitolo che si ricollega direttamente all’originale attraverso un’abile operazione di rispecchiamento, che agevola anche la promozione in forma di reboot per non spaventare il pubblico millennial (si veda il titolo che esclude qualsiasi numerazione o sottotitolo).

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L’ipotesi di comporre un film speculare al primo (suggerita sin dai bei titoli di testa “specchiati”) permette infatti ai due autori (e a Peele in particolare) di proseguire una significativa poetica dello sfasamento percettivo fra il corpo esterno del reale e la sua intimità più nascosta. Un cinema di “doppi”, affine a quello di Scappa e Noi, che utilizza la leggenda dell’uomo nero come grimaldello per scoperchiare il vaso di Pandora delle colpe su cui poggia la società americana e sul senso di rivendicazione identitario cui la stessa comunità nera sembra aver abdicato. Si torna così a Cabrini-Green, l’ex quartiere ghetto fatto di enormi case popolari imbrattate dai graffiti, che Candyman aveva eletto a sua dimora esclusiva. Ma il tempo è stato inclemente con la comunità e con il mito, dimenticati in seguito a un’operazione di gentrificazione che ha spianato la strada all’elevazione di lussuosi grattacieli in cui si muove la neo borghesia nera.

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Seguendo le vicissitudini del protagonista Anthony McCoy, artista che nella leggenda di Candyman troverà una fonte di ispirazione e che dalla stessa verrà usato per ravvivare il mito dell’uomo nero, Nia DaCosta compone un’opera a più livelli: la messinscena elegante e sensuale nell’uso degli spazi descrive in continuazione nuove geometrie, trasmettendo così il senso di una realtà “aumentata”, nei cui angoli si muovono questi umani dai corpi scolpiti, emblema di un mondo proiettato verso l’esteriorizzazione della perfezione, come volutamente distaccata dalla percezione del proprio status reale. La menomazione di Candyman diventa così lo speculare di un protagonista che cerca nell’arte una verità non rappresentata dalla sua percezione autentica delle cose – lo vediamo compiaciuto delle citazioni in tv quando le sue opere sono collegate agli omicidi – e che non a caso lo attaccherà proprio nella putrefazione di metà del corpo: un altro dei doppi di cui è costellata la storia.

Il processo di consapevolezza si fa via via più concitato: il passato si rispecchia nel presente, la forma asciutta e le superfici lisce e asettiche del “nuovo” Cabrini-Green sublimano la propria finzione nella messinscena “fiabesca” in cut-out animation delle imprese dei Candyman passati (una legione che discende dall’originale Daniel Robitaille dell’indimenticabile Tony Todd). Nella vertigine che ne deriva, emerge il ritratto di un boogeyman che è frutto delle violenze perpetrate da una società bianca che ha dominato la realtà, piegandola ai propri processi di consapevolezza del potere e indirizzando l’identità stessa della comunità nera: prova ne sia la presenza costante di critici d’arte bianchi che devono di volta in volta legittimare, vidimare o respingere l’arte di McCoy, spingendo lo stesso a spiegare affannosamente il significato delle proprie opere affinché siano accolte dall’élite.

Nia DaCosta compone così un nuovo ritratto di disequilibri in galleggiamento fra le spinte del reale, dopo l’esordio di Little Woods e l’incontro con Peele assume caratteristiche potenti nella messinscena di un rimosso che torna a rivendicare il suo diritto di perseguitare il mondo. Il che carica la figura di Candyman di ulteriori sfumature: non solo vittima rinata come personalissimo spauracchio della comunità black, spirito del rancore affine a quelli orientali che fa da monito ai bambini cui offre i dolciumi; ma anche anti-eroe che rinfaccia alla realtà wasp le sue colpe, trasformando il sadico gioco della ripetizione del nome davanti allo specchio in un massacro in cui l’uncino punisce i detentori dei privilegi. Il rispecchiamento tra il crescendo finale e il prologo ambientato nel 1977, sul filo conduttore delle violenze perpetrate dalla polizia, diventa così l’estremo tentativo con cui il film scoperchia la verità su un presente che affonda le sue radici in un passato dimenticato, come la figura di questo mostro-giustiziere che recupererà non a caso le fattezze originali. Per rivendicare quanto sia importante mantenere vive le leggende finché esisteranno le tragedie sui cui è stato edificato il mondo.

 

Titolo originale: Candyman
Regia: Nia DaCosta
Interpreti: Yahya Abdul-Mateen II, Teyonah Parris, Colman Domingo, Nathan Stewart-Jarrett, Vanessa Williams, Tony Todd
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 91′
Origine: USA, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.88 (8 voti)
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