CANNES 57 – "Amo il cinema che vuole essere più grande della vita" Incontro con Emir Kusturica

A sei anni da "Gatto nero, gatto bianco" torna in concorso a Cannes il regista e musicista bosniaco con un film "a la Kusturica", accolto con affetto dal suo pubblico e dai "big" dalla stampa, che invade la conferenza al termine della proiezione.

Emir Kusturica si presenta in conferenza stampa accompagnato da un lungo seguito di attori, musicisti, direttore della fotografia che sottolineano il piacere e l'importanza di lavorare con un autore e una produzione insolita per gli standard balcanici. Il quarantanovenne regista jugoslavo è solare nella sua maglietta biancoceleste, capelli lunghi con solito ciuffo cascante sulla destra, basette fin sotto le orecchie, più una rock star (beve l'acqua direttamente dalla bottiglietta) che un classico cinematografaro europeo con i vestiti falso casual. Ostenta sicurezza, convinto del suo film che arriva 6 anni dopo Gatto nero, gatto bianco con la parentesi Super8 Stories, documentario sulla sua band autrice delle musiche di questo Life is a miracle, ritratto di una famiglia jugoslava che si ritrova nel mezzo dello scontro etnico balcano del 1992. All'inizio si diverte a smontare la doppia domanda di una giornalista americana sulla politica internazionale, Ken Loach e quant'altro; risponde laconicamente "nessuno è perfetto" ad un altro yankee che prende la parola per dichiararsi anti-Bush ma accusandolo contemporaneamente per le sue posizioni a favore (la posizione del regista è molto più complessa e meno manichea… ndr) di Slobodan Mjlosevic; poi si concede, lascia spazio ai suoi attori, smonta chi gli chiede il perché abbia deciso di non concedere interviste a giornalisti e network della ex Jugoslavia qui a Cannes. "Perché loro hanno un intero anno per parlare con me mentre qui ho due giorni per incontrare migliaia di giornalisti venuti per il festival", risponde.

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Quanto conta la dimensione politica in questa storia sheakespeariana di una famiglia che si trasferisce immaginando un futuro migliore e si ritrova in una guerra; sembra che sia alla base del film.

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La politica è alla base di Life is a miracle perchè c'è un conflitto in corso che non ci sarebbe in tempo di pace. In questa situazione di dolore io parto dalla famiglia come nel mio ultimo film di sei anni fa.


 


Come nasce l'idea del film?


 


Nasce dalla storia di una famiglia bosniaca che mi ha raccontato un mio amico che oggi vive a Tolosa, ma voglio sottolineare che questo film poteva essere ambientato in Corea o in molti altri paesi che vivono conlitti etnici in questo momento; uso la famiglia come soggetto perchè è un nucleo mitico che appartiene ad ogni etnia, quindi  nel film c'è comunque un linguaggio universale oltre che etnico. La famiglia è fin dall'inizio al centro dei miei lavori, si può dire che come un pittore cambio sempre ma ci sono temi ricorrenti.

Ti senti ancora un "soldato dell'amore" come hai dichiarato in passato?


 


Sono un soldato dell'amore sempre. Tutti possono vedere che nei miei film, anche i più diversi, può esserci o no la guerra, la dimensione jugoslava o altro ma c'è sempre una storia d'amore. Il mio amore è la famiglia.


 


Life is a miracle è allo stesso tempo realistico e spettacolare, come vivi il rapporto tra queste due componenti?


 


Quando facciamo un film siamo in migliaia di persone a lavorare intorno ad un'idea, a preoccuparci e comunicarci come far passare il nostro lavoro attraverso lo schermo, come coinvolgere ognuno di noi e poi gli spettatori nell'opera. L'estetica è molto importante, si lega alla realtà come riproducendo il rapporto spirito-corpo: da quando ero molto giovane sino ad oggi che ho 49 anni mi sono sempre preoccupato della forma, di come portare i miei sentimenti sullo schermo.


 


Credi che il film aiuta a capire quanto è accaduto alla Serbia e alla Bosnia in questi anni?


 


Voglio partire da una storia. Durante un viaggio tra Roma, Parigi e Cannes ho incontrato il regista Francis Ford Coppola, mi sono seduto con lui e ho provato a spiegargli chi ero, a parlare dei film, i miei, i suoi, di altri, di amici che abbiamo in comune… In un'ora e mezza non ho avuto alcun successo, figuriamoci se ne bastano due e  mezza per capire le differenze e la situazione tra serbi e bosniaci.


 

Come collochi il tuo cinema nel panorama contemporaneo?


 


Oggi verità e finzione sono in continuo conflitto, l'una entra nell'altra e si crea molta confusione. In questo scontro continuo io credo ancora a quello che era il motto della Hollywood anni '50, '60, '70 e cioè che il cinema debba essere "bigger than life", più grande della vita. In questo momento è inferiore perchè la vita è dura dappertutto e costringe a vivere situazioni drastiche che ci arrivano attraverso internet o altra forme di comunicazione in immagini molto forti e potenti. Io credo ancora che il cinema serva a scavare dentro di noi, andare in profondità per far emergere ciò di cui abbiamo realmente bisogno e non seguire semplici linee di mercato come accade la maggior parte delle volte. Il mio è un piccolo passo verso il cinema che io amo che è sempre "bigger than life".


 


Anche in Life is a miracle troviamo la presenza degli animali, costante di molti tuoi film: cosa rappresenta questo per te?


 


In quest'ultimo film la scimmia che appare alla fine porta la storia in una sorta di giardino degli angeli, tramite per una purezza che l'odio ha spazzato via. Credo che gli animali sentano la nostra energia e la loro corrisponde con la nostra, siamo accomunati dal mondo in cui viviamo e da una sorta di spiritualità. Pensiamo all'opera di un pittore come Chagall.


 


Da dove nasce il titolo?


 


E' evidente che viviamo in un'epoca di cultura scientifica, che ha un assoluto predominio in questo secolo. Perciò penso che difendendo il "miracolo" come speranza o imprevisto positivo si affermi l'importanza dell'altra parte di noi, quella emozionale, che spesso soccombe sotto il potere della scienza mentre è per me è fondamentale.

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #7