CANNES 57 – "Clean", di Olivier Assayas

Film ancora sulla morte (quella del compagno di Emily, quella imminente della nonna del ragazzino), tra interni asettici come Demonlover ed esterni in cui il caos, i suoni della strada hanno un respiro post-Nouvelle Vague e che cattura suoni, rumori, colori con un magnetismo aggressivo e libero

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Dopo Demonlover, opera in cui lo sguardo di Assayas sembrava aver raggiunto le proprie estremità, con Clean il cineasta francese torna invece a quella rabbiosità, a quell'intensità di opere come Desordre e Contro il destino. La macchina da presa del cineasta cattura suoni, rumori, colori con un magnetismo aggressivo e libero, segno già evidente nella frantumazione degli spazi (tra San Francisco, Parigi, Vancouver e Londra) e linguaggi (francese, inglese e mandarino). Protagonista è Emily (Maggie Cheung) che, dopo aver perso il compagno per overdose, cerca di recuperare l'affetto del figlio che vive con i nonni paterni. Assayas carica sul personaggio una tensione emotiva dirompente, dove la presenza della musica dal vivo (il gruppo musicale The Metric, davvero sorprendente) e dei brani di Brian Eno creano continue collisioni, cortocircuiti. Non c'è forse quella carica di L'eau froide, film sempre libero nella sua eterna giovinezza, ma Clean possiede uno sperimentalismo, una maturazione dove la glacialità di Fine agosto, inizio settembre e Les destinées sentimentales cedono il passo a una vicinanza sentimentale con la sua protagonista. La macchina da presa di Assayas e il corpo di Maggie Cheung sembrano essere una cosa sola. Il cineasta francese mette totalmente in gioco le sue emozioni dalla reazione della morte del compagno, al primo incontro con il figlio, a quel continuo bisogno di isolamento, di solitudine. Film ancora sulla morte (quella del compagno di Emily, quella imminente della nonna del ragazzino), tra interni asettici come Demonlover ed esterni in cui il caos, i suoni della strada hanno un respiro post-Nouvelle Vague, dove i colori di Eric Gautier danno quel forte senso di continua indeterminatezza. Nei piani fissi, con movimenti nervosi, il cineasta francese cattura gli istinti nervosi, gli impulsi auto/distruttivi, grazie anche alla presenza di un cast che unisce dalla Cheung, a Don McKellar, da Beatrice Dalle a Jeanne Balibar fino a un grandissimo Nick Nolte il cui volto, nel dialogo in cui comunica che la moglie sta morendo esprime già quel tragico senso di finitezza. Lo stesso sentimento già presente in quella bellissima sequenza dove Nick Nolte deve comunicare alla moglie che il figlio è morto. La donna comprende che l'uomo deve dirgli qualcosa e accompagna il ragazzino in camera sua. Questi però esce perché capisce che qualcosa non va. Poi, in campo lungo, esce la moglie disperata fuori dalla casa. Il film vive su queste spinte continue, dentro/fuori il campo visivo, un film mai pacificato che però apre i suoi squarci sulla vita in quell'inquadratura piena di calore sul volto di Maggie Cheung mentre sta incidendo il disco a San Francisco. Un inquadratura piena d'amore, a cui succede poi quel pianto di Emily. Un'inquadratura con tutto l'amore che c'è.

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