CANNES 59 – "Flandres" di Bruno Dumont (Concorso)

Dallo sguardo di Dumont non abbiamo nulla da apprendere, perché esso stesso è uno sguardo mancante di ogni "apprensione" per la vita che lo circonda, una vita in continuo movimento, ma in esso inanimata, come in un frame vivo solo all'apparenza.

Fine dell'amore (semmai ce ne fosse stato uno). Due corpi sdraiati, l'uno, quello dell'uomo, di spalle, l'altro, quello della donna, rivolto verso di noi; due corpi immobili, in un abbraccio incompiuto, freddo. L'uomo sembra essersi disteso con gravità, come abbandonato al sonno (o alla morte); la donna sembra impossibilitata a muoversi, come costretta e soffocata dall'uomo che le giace riverso accanto. La vicinanza delle due teste, il braccio dell'uomo steso intorno al collo di lei, formano un "chiasmo", un incrocio imperfetto. I colori stessi sono freddi, in ombra, tranne che lo squarcio di verde illuminato dalla luce del sole in alto. Qui il toccarsi dei corpi, è un toccarsi inerte, indolente, senza alcuna vibrazione, meno potente di un lieve sfiorarsi, tutto ciò crea un riflesso presente nella fissità assente dello sguardo della donna, velato da un'ombra di impalpabile malinconia, smarrito nell'insensatezza dell'immobilità cui sembra costretta, nella privazione di fremiti passionali. In questo frame, più che in ogni altra sequenza può riassumersi il senso o l'insensata immobilità di Flandres l'ultimo film del regista francese Bruno Dumont (L'humanité, Twentynine palms), presente in concorso al Festival. La struttura narrativa – nelle Fiandre, Il giovane Demester (Samuel Boidin) divide la sua vita tra il lavoro nella sua fattoria e le passeggiate con Barbe (Adelaide Leroux), sua amica di infanzia. Egli la ama segretamente, accettando da lei quel po' la ragazza e' disposta a donargli. Demester partirà per la guerra insieme ad altri amici del posto, mentre Barbe ne aspetterà il ritorno sfiorando la follia – serve solo a rivelare quanto Flandres sia un film fatto di corpi che più che donarsi si danno passivamente, proprio come Barbe che concede il suo corpo a Demester senza provare alcun trasporto, senza provare per lui nessun amore. Quelli di Dumont sono corpi distanti, monadi chiuse nella loro solitaria esistenza (o in quella esistenza "costrittiva" voluta per loro dallo stesso regista); immersi in un paesaggio che le inquadrature di Dumont non lasciano respirare come avrebbe potuto (…forse). La stessa guerra, combattuta da Demester tra le montagne aride di un paese lontano, è una guerra il cui scoppio improvviso non lacera le inquadrature, come l'immediato scuotere del dolore e della sofferenza. Dallo sguardo di Dumont non abbiamo nulla da apprendere, perché esso stesso è uno sguardo mancante di ogni "apprensione" per la vita che lo circonda, una vita in continuo movimento, ma in esso inanimata, come in quel frame vivo solo all'apparenza.

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