CANNES 60 – "A via làctea", di Lina Chamie (Semaine de la Critique)

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Heitor è un professore di letteratura quarantenne, misantropo fino alla follia, che rimane folgorato da una giovane ragazza, Jùlia, che gli farà di nuovo battere il cuore. Per colpa del suo carattere, però, i due avranno un duro alterco telefonico che sembra compromettere seriamente la loro relazione. Heitor, allora, decide di mettersi in macchina alla ricerca della ragazza e scoprirà, tutt'ad un tratto, la realtà che lo circonda, fatta di amore, morte e miseria.


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Solo allora scoprirà di vivere…


Presentato alla Semaine Internationale de la Critique di Cannes 60, la sezione dedicata ai giovani esordi, "A via làctea" è un film che spiazza lo spettatore con il suo stile disturbante, una distonia accecante sull'amore e sulle sue folli derive. Un'opera derivativa, dunque, che procede per sobbalzi, senza mai trovare un proprio centro di gravità permanente, quasi come se fosse preda di misteriose forze centripete che la spingono oltre i limiti, del visibile come dell'udibile.


La giovane regista brasiliana Lina Chamie ambienta la sua pellicola in una Saõ Paulo dal volto sfuggente, una città che sembra essere sull'orlo dell'implosione, del big bang: appena Heitor inizia il suo incubo metropolitano, su un cartellone elettronico posto lungo la strada trafficata appaiono i primi versi della commedia dantesca, come a sancire irrimediabilmente il suo ingresso tra la perduta gente. Da quel momento in poi, dunque, tutto il film sembra immergersi in un non-tempo e in un non-luogo metafisici e indecifrabili realtà parallele si accavallano una sopra l'altra senza soluzione di continuità.


Il discorso filmico, allora, si disintegra, si frammenta in una operazione interessante certo, anche se non completamente riuscita: quel suo perdersi continuamente tra le mille parentesi narrative aperte e quasi mai richiuse, senza seguire un filo unico per lasciarsi andare per libere associazioni d'idee, porta con sé il rischio di impantanarsi nel manierismo più completo. La colpa è anche di quell'ombra di "classicismo" che segue incessantemente l'intero film, che ha come punto di partenza la rivisitazione in chiave moderna della Tragedia: ed in tal senso sono da interpretare la ricerca della propria amata, anche nel regno dei morti come in Orfeo ed Euridice, ed i riferimenti forse un po' troppo marcati alla gelosia di Otello nei confronti di Desdemona (e Jùlia interpretava proprio quella parte quando recitava a teatro…).


Ma più che dal punto di vista narrativo è in quello stilistico che la sperimentazione di "A via làctea" trova la sua più interessante e variegata forma: quella stratificazione, soprattutto sonora, che mixa i rumori della città perennemente invasa dal traffico all'autoradio sempre in funzione, musiche diegetiche ed extra con le voice over dei due protagonisti, sembra ben codificare quella pazzia che pian piano moltiplica la sua forza, fino ad invadere la città ed oltre, verso la Via Lattea