CANNES 61 – "24 City", di Jia Zhang-ke (Concorso)

Ancora luoghi ove inseguire il tempo. Jia Zhang-ke sembra ripartire sempre dallo stesso punto per arrivare ogni volta da un’altra parte, come trasportato da un invisibile spirito divino. Dopo il Parco-Mondo di The World, dopo le Tre Gole di Still Life, Jia approda nella regione dello Sichuan, altro universo in movimento della Cina contemporanea. Lì, altre macerie, altre rimozioni, faranno posto all’ennesimo “Nuovo Mondo” di calcestruzzo e di vetri nei quali specchiarsi sempre più grandi. E fa impressione pensare a come questa stessa zona protagonista del film sia stata colpita solo pochi giorni fa da uno dei terremoti più forti degli ultimi anni. E come se le viscere della Cina volessero contribuire al cambiamento, alla rivoluzione come alla rimozione. Ed è altresì curioso pensare come siano queste stesse immense dimostrazioni di forza architettonica ed economica, come le varie dighe sorte negli ultimi anni, ad essere messe a repentaglio dalla forza distruttrice di questo terremoto. La perfezione sembra svanire così in un attimo: quella stessa perfezione di cui Jia Zhang-ke ha sempre mostrato le cicatrici nascoste, come se tutto il suo cinema non fosse altro che un backstage di un kolossal cinematografico apocalittico e fracassone. Quelle cicatrici la Cina non vuole più vederle: le stesse fabbriche che tanto hanno significato per la nascita della nazione ora vanno dimesse perché il loro tempo è finito, vanno riconvertite a qualcos’altro di più produttivo, come il comandamento di una buona e sana economia capitalista suggerisce. Per cui, Chengdu City, fiore all’occhiello dell’industria bellica prima e civile poi, diventerà 24 City, megalopoli fin dal nome, che inghiottirà in un sol boccone tutto l’illustre passato della zona. Come nel glorioso e vecchio cinema a cui Tsai Ming-liang diede il suo addio in Goodbye Dragon Inn, anche le vecchie fabbriche di Chengdu sembrano popolate di fantasmi. Sembra crederlo anche Jia visto che, nell’intervistare i “reduci”, i sopravvissuti di questi luoghi, ne elenca le generalità, arrivando addirittura a mostrare i loro documenti, come per dimostrare, forse anche a se stesso, che qualcuno c’è, che qualcuno è rimasto, e che si può ancora lavorare sulla memoria. Ecco allora riemergere lentamente le storie di questi operai dimenticati dal regime, rinchiusi in ambienti azzeranti ove azzerare loro stessi, dove vivere la propria vita dall’alba al tramonto, dall’infanzia alla vecchiaia, con la scuola e il lavoro fianco a fianco e con quel poco tempo che resta sacrificato all’amore, e dove infine morire con quello stesso silenzio di come si è vissuti. Si tinge di una nostalgia dolce ma cupa il canto d’addio di Jia a questi luoghi, non tanto per un futile vezzo bucolico dei bei tempi passati, quanto perché al loro interno vi è un serbatoio immane di storie (e) di vita, che l’autore cinese ha inseguito costantemente in ogni propria opera. E come se temesse una fine imminente del suo humus narrativo, il cinema di Jia Zhang-ke si fa in quest’opera più fluido, movimentato, come se si iniziasse a concedere qualche scappatella in cerca di nuove storie, di nuovi volti e di nuovi amori. Come si preparasse anch’esso all’esodo, o all’apocalisse. Per cui va riconosciuto a 24 City lo status di zona franca, tappa intermedia di un viaggio periglioso e forse necessario che l’artista cinese ha intrapreso, non senza blocchi né reticenze, ma sempre con grande sicurezza e determinazione, fattori sorprendenti in un autore della sua età. Resta da vedere se certe variabili subentrate con questa pellicola nel suo cinema, su tutte i capitali esteri che hanno puntualmente fatto capolino e il conseguente arrivo nel cast di una star del calibro di Joan Chen, non vadano ad intaccare quella capacità pressoché unica di guardare il suo paese con gli occhi spalancati, sfacciatamente Eyes Wide Open, e di produrre l’immagine forse più emblematica di questa contemporaneità, l’icona di un mondo che sogna il futuro distruggendo il proprio passato.

 

24 City

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