CANNES 62 – ''L'atmosfera del cinema di Melville". Incontro con Johnnie To e Johnny Hallyday

Johnnie ToJohnnie To torna a Cannes per presentare in concorso Vengeance, splendido, fiammeggiante noir, scritto e diretto pensando al cinema di Jean-Pierre Melville. L’ennesimo gioiello del regista di Hong Kong. Dopo la proiezione, Johnnie To, i protagonisti Johnny Hallyday, Anthony Wong, Simon Yam e lo sceneggiatore Wai Ka Fai hanno incontrato i giornalisti
 
Il nome del protagonista, richiama immediatamente Ftrank Costello faccia d’angelo. Lei non ha mai nascosto il suo amore per il cinema di Jean-Pierre Melville. E i riferimenti in Vengeance appaiono evidenti. Qual è il suo debito nei confronti del maestro francese?
Credo che questo film riesca a trasmettere al pubblico tutta l’atmosfera del cinema di Melville. Gli eroi romantici, tipici del polar, un attore francese, Johnny Hallyday, come protagonista. In origine, non a caso, il film era stato pensato per Alain Delon, ma per vari motivi, la cosa è saltata. Eravamo sul punto di rinunciare al progetto. Poi, fortunatamente, si è presentata l’occasione di lavorare con Johnny Hallyday, che si è rivelato un professionista eccezionale. Gli attori a Hong Kong molto spesso girano due o tre film contemporaneamente. Hallyday si è dedicato anima e corpo a Vengeance e il risultato è perfetto. Credo che questo film rappresenti un incredibile opportunità di avvicinamento tra il nostro cinema e quello francese.
 
In ogni caso sono evidenti anche i riferimenti ai suoi film precedenti. Per esempio l’immancabile scena del pranzo…
Mi piace molto girare scene del genere. Adoro alla follia sia il cinema che la cucina e cerco ogni volta di riunire le mie due passioni. Quello del pranzo è sempre un momento, di partecipazione, un momento in cui i personaggi comunicano e condividono i loro sentimenti e le loro emozioni.
 
Mr. Hallyday, cosa ci può raccontare di questa sua collaborazione con Johnnie To, di questa avventura senz’altro particolare?
Lavorare con un grande regista come Johnnie To è senza dubbio un’esperienza eccezionale. Sono sempre stato un grande ammiratore dei suoi film. Quando sono arrivato a Hong Kong, mi sono sentito completamente perduto. Non so parlare nè cantonese nè mandarino. Non riuscivo a farmi capire da nessuno. E questa situazione, paradossalmente, mi aiutato molto per il film, perché lo stesso Costello avverte lo spaesamento al suo arrivo Cina. Mi sono immerso in una cultura completamente diversa dalla mia e, a poco a poco, ho imparato a conoscere meglio la gente, il loro modo di vedere, di vivere.
 
E sul set come è stato il rapporto con Johnnie To. Quali sono state le maggiori difficoltà della lavorazione?
Non avevo grandi dialoghi da imparare. Sono stato fortunato. Dovevo impugnare una pistola, cosa che già sapevo fare. L’esperienza con Johnnie To mi ha un po’ ricordato la collaborazione con Godard ai tempi di Detective. Jean-Luc mi consegnava ogni mattina il copione con le scene da girare il pomeriggio, due o tre fogli al massimo. Non si sapeva mai quello che sarebbe successo dopo. Con Johnnie To ho avuto più fortuna, perché sin dall’inizio ho avuto a disposizione la sceneggiatura. Ma sono stato l’unico ad averne una copia e durante la lavorazione lo script è cambiato continuamente. Al punto che, alla fine, la storia assomigliava ben poco a quella che avevo letto all’inizio.