CANNES 63 – "I Wish I Knew", di Jia Zhang-ke (Un certain regard)

i wish i knewI Wish I Knew. Le canzoni d’occidente risuonano nelle sale da ballo di Shanghai e nei ricordi commossi dei vecchi. Raccontano, in fondo, il desiderio di conoscere ciò che è stato e ciò che sarà di una grande metropoli. Jia Zhang-ke, nel suo ennesimo viaggio lungo i fiumi della storia e le trasformazioni di un paese, tenta un ritratto della città, attraverso i racconti di chi ha vissuto i cambiamenti sulla propria pelle. Diciotto persone, per lo più artisti, attori, gente di spettacolo, ripercorrono con la memoria i cambiamenti infiniti di una megalopoli sempre più centro del mondo. Dall’Ottocento, con lo sviluppo successivo all’apertura dei commerci con l’Inghilterra, fino alla contemporaneità, all’esposizione universale del 2010. Passando per la rivolta dei boxeurs, la ‘liberazione’ della città ad opera delle forze maoiste, la fuga dei nazionalisti di Chiang Kai-shek, la rivoluzione culturale degli anni ’60, la progressiva invasione del capitalismo.
Jia usa il metodo dell’intervista faccia a faccia, come già in 24 City, e non rinuncia al suo stile, sospeso tra la fedeltà al reale e la libertà dell’ispirazione. C’è la sua attrice feticcio, Zhao Tao,  che attraversa come un fantasma le strade della città battute dalla pioggia, i cantieri e le macerie, i cinema vuoti, i palazzi e le case. E ci sono i volti della quotidianità, colti proprio nell’attimo in cui l’imprevisto si trasforma, miracolosamente, nella perfezione del primo piano. E poi i protagonisti delle/della storia, le glorie del passato (Wei Wei, Rebecca Pan), e i maestri del presente (Hou Hsiao-hsien).  Lo sguardo di Jia accarezza volti e luoghi, che giocano di rimando con immagini ‘altre’, film, riprese, foto che rinascono dal passato. Si muove nello spazio (Hong Kong, Taiwan), solo per arrivare a raccontare il tempo, quell’unico movimento su cui si misura la nostra esistenza. E il presente è una stratificazione, che non cancella ciò che è stato, ma, semmai, lo accoglie in sé, come il sangue, come il DNA che passa di generazione in generazione. E’ il destino di una città che accetta sul suo stesso corpo le cicatrici del cambiamento, e che, pure, mantiene intatta la propria identità, nonostante il progresso, le svolte, la diaspora dei suoi abitanti. Sempre diversa e sempre uguale. Un po’ come il cinema di Jia Zhang-ke. Fedele a se stesso, eppure ogni volta magicamente sorprendente. Perché cresce su sottili variazioni e si dispone ad aprire quello squarcio di vita che trasfigura e restituisce un altro senso alla ripetizione delle cose. Il bambino che sfida tutti a battersi con lui. Il giovane che danza su una magia techno (firmata dal grande Lim Giong), con la stessa gioia liberatoria dei vecchi che danzano sulle note di I Wish I Knew. Jia si attacca al reale, ma solo per arrivare a dirne l’anima profonda, l’essenza nascosta, quella che non ti aspetti, o che forse hai intuito solo nell’intimo del cuore. Ogni inquadratura, ogni stacco di montaggio è un gesto d’amore che rimette in connessione tutto, i corpi e i fantasmi, i ricordi e i sogni. Ogni immagine racconta e scrive la Storia. Primavera in una piccola città di Fei Mu, Sorelle della scena di Xie Jin, Shanghai Flowers di Hou Hsiao-hsien, Days of Being Wild di Wong Kar-wai… Il cinema è il mondo che rivede il proprio senso, riemerso dal caos dei segni.