CANNES 64 – “Hanezu No Tsuki”, di Naomi Kawase (Concorso)

Hanezu no tsukiI fantasmi di Hanezu NoTsuki attraversano gli spazi senza tempo del meraviglioso cinema di Naomi Kawase, spazi che rivelano l’eterna circolarità dell’esistenza, la necessità del ritorno, e cantano la storia di un passato che continua a vivere nel presente, mentre l’essere umano, nella sua bruciante imperfezione, partecipa al mistero della vita interrogandosi sul proprio posto nel mondo

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Hanezu no tsukiLa terra custodisce la storia del mondo, basta scavare dentro di essa per liberare i fantasmi che la abitano. E i fantasmi, con il loro eterno ritorno, raccontano di un’antica, leggenda. Di quando le montagne erano ancora abitate dagli dei e il monte Miminashi e il monte Kagu erano in lotta perché entrambi innamorati del monte Unebi. Lo spirito della montagna non muore mai, ecco il motivo per il quale oggi gli uomini sono ancora in perenne conflitto per vincere l’amore di una donna. La memoria di altre esistenze trasmette il seme della vita nella storia del mondo. Hanezu è un vocabolo arcaico che vuol dire rosso. Rosso è il sangue, il sole e la fiamma. Rosso è la vita stessa. E come il rosso, la vita è un momento che appassisce facilmente, che brucia in un istante. I fantasmi di Hanezu No Tsuki attraversano, ancora una volta, gli spazi senza tempo del meraviglioso cinema di Naomi Kawase, spazi che rivelano l’eterna circolarità dell’esistenza, la necessità del ritorno, e cantano la storia di un passato che continua a vivere nel presente, mentre l’essere umano, nella sua bruciante imperfezione, partecipa al mistero della vita interrogandosi sul proprio posto nel mondo. Nella regione di Asuka, dove nella rigogliosa maestosità della natura si nasconde, sottoterra, l’antica capitale che è stata il luogo natale del Giappone (Naomi Kawase continua a tornare nei luoghi dell’alba della civiltà), Kayoko e Takumi si fanno portatori delle passioni perdute dei loro antenati. Passioni che si riverberano nel vento che scuote gli alberi, nel sole che tinge di rosso il cielo, nella goccia di rugiada che scivola lungo un filo d’erba. La dimensione dolorosamente materica delle emozioni risuona come un canto antico nell’immensità impalpabile dello spazio, nella sua muta e quieta partecipazione. E’ di nuovo un viaggio alla ricerca di un’identità perduta, compiuto nell’attesa contemplativa capace di rivelare lo spirito divino dell’universo che abita la finitezza della carne, quello che la Kawase racconta in Hanezu No Tsuki. La separazione dal mondo genera l’impossibilità di ritrovare una connessione con l’altro e Kayoko è una presenza imprigionata nello spaesamento causato dalla sua incapacità di abbandonarsi a quel senso d’attesa che fa si che l’essere umano possa mettersi in comunicazione con la Natura e diventarne l’estensione sensibile. Abbandonando Takumi, l’uomo che ama, l’uomo che vive in comunione con il mondo, e rifiutando il seme della rigenerazione della vita che per mezzo di lui è scivolato nel suo grembo, Kayoko traccia la traiettoria della distanza e, infine, imprigionata nel senso colpa, chiude gli occhi di fronte all’estasi del mistero del principio vitale che si manifesta attraverso il respiro immenso del mondo e si perpetua per mezzo degli esseri viventi. Naomi Kawase, libera le tracce indelebili che le emozioni lasciano nel vissuto e, nel segreto dell’abbraccio della Natura, rimane in ascolto delle ombre residuali che il tempo fa vibrare nel cuore degli uomini.
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Sentieriselvaggi21st #11: JONAS CARPIGNANO La nuova frontiera del cinema italiano

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