CANNES 64 – “Impardonnables”, di André Téchiné (Quinzaine des réalisateurs)

impardonnables
Dal romanzo di Philippe Dijan, un poliziesco sentimentale che suda e sputa sangue appropriandosi del cuore pulsante di Venezia e delle vibrazioni sentimentali dei protagonisti. Qualche disorientamento nel gestire le diverse vicende ma l'istinto animalesco del cineasta cattura gli attimi nel momento della loro massima intensità

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impardonnablesVenezia rosso sangue. Da quello che esce dal naso di Judith al tentato suicidio nella vasca da bagno di Jeremie. Dal romanzo di Philippe Dijan, Impardonnables si muove nelle zone del poliziesco sentimentale, dove la città lagunare diventa come lo spazio della metropoli, con la presenza della pioggia e una scansione in quattro stagioni che però frattura il ciclo di Rohmer, partendo dall'autunno, l'estate (un anno e mezzo più tardi) e poi l'inverno e la primavera successivi. Francis (André Dussolier) si trasferisce a Venezia per trovare la concentrazione e la tranquillità necessari per scrivere il suo prossimo romanzo. Si innamora della sua agente immobiliare che decide di andare a vivere con lui nella casa che acquista sull'isola di Sant'Erasmo. L'uomo però non riesce a trovare l'ispirazione necessaria e poi nutre dei dubbi sul comportamento della donna che nel frattempo è diventata sua moglie. Assume così un ragazzo, Jeremie, appena uscito di galera. Altro che The Tourist, questo è un vero film di genere dove Venezia diventa tortuoso labirinto, luogo di fughe e inseguimenti, visioni voyeristiche e pedinamenti, finte complicità e inganni. Suda e sputa sangue questo acceso poliziesco di André Téchiné, che si appropria del cuore pulsante del luogo come Tangeri in Lontano e registra gli stadi impercettibili delle vibrazioni sentimentali tra un astratto André Dussolier e l'enigmatica Carole Bouquet come in Alice et Martin. Quelli di Impardonnables sono figure condizionate della propria memoria e dai propri legami, ma si apre anche a improvvisi slanci come il momento bellissimo degli sguardi tra Judith e Jeremie su due barche diverse che sembrano circondarsi. Come in Chabrol, quella di Téchiné è una borghesia alla ricerca della felicità, dove tutti hanno comunque qualcosa da nascondere. Nei rapporti tra i personaggi si attuano sottili ma dolorose crudeltà (il video della figlia di Francis), verità che fanno male (Adriana Asti che dice a Caroline Bouquet che è incapace di amare), esplosioni improvvise di rabbia. Malgrado qualche disorientamento nel gestire le diverse vicende collettive, il cinema di Téchiné riesce ad agire ancora con un istinto animalesco nel riuscire a catturare, con sorprendente efficacia, quegli attimi nel momento della loro massima intensità. E la malattia e la morte hanno un pudore che solo i grandi autori del cinema francese riescono a mostrare in questa maniera.

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